Le patologie epidemiche della democrazia

E se il Covid-19 non fosse la sola pandemia che affligge l’umanità? Il quesito sorge alla lettura di due rapporti appena pubblicati, quello di Freedom House sullo stato della democrazia nel mondo nel 2020 e quello del Pew Research Center sul sostegno ai diritti civili in 34 Paesi.

Entrambi ci dicono che le istituzioni di molti Stati, spesso fra i più importanti nella geopolitica globale, soffrono di patologie, certo non tanto drammatiche quanto il coronavirus oggi, ma forse più sistemiche e durature di esso. E gli accadimenti occorsi di recente, quindi dopo la stesura delle due rassegne, lo confermano.

I regimi autoritari
Cominciamo dai regimi autoritari più rilevanti. L’ottusità del pugno di ferro del Partito comunista cinese era già emersa nel tentativo di imporre la giustizia di Pechino a Hong Kong, in barba al principio detto dei “due sistemi”. Ora è stata ribadita dalla gestione iniziale del virus, da alcuni paragonata a quella sovietica del disastro nucleare di Chernobyl. Ma questo non ci deve far perdere di vista il vero scandalo del regime di Xi Jinping: l’azzeramento culturale dello Xinjiang e il confinamento degli uiguri musulmani, in corso da diversi anni nei campi detti di “rieducazione e lavoro”, in realtà forme aggiornate di lager o di gulag.

La Russia pratica sistematicamente la tecnica del consolidamento del potere centrale, cioè quello personale di Vladimir Putin, mediante elezioni rese plebiscitarie dalla previa costrizione delle opposizioni, inclusa l’incarcerazione dei loro leader, e tramite la sottomissione di tutti i poteri altri da quello del presidente. Questo approccio ha fatto anche scuola, e non solo con l’amico-nemico Recep Tayyip Erdogan. Le elezioni da poco tenutesi in Iran hanno visto il Consiglio dei Guardiani, controllato dalla Guida Suprema, escludere dalle liste gran parte dei candidati riformisti così da ridurre la competizione alle diverse anime del regime teocratico e autoritario. Qualche piccola consolazione nei tre casi: i segnali di autonomia mandati da elezioni locali nelle repubbliche russe e in Turchia, nonché l’astensionismo della maggioranza degli iraniani.

Le democrazie “mature”
Forse sono ancora più allarmanti le fenditure apertesi negli edifici delle democrazie considerate mature. I sanguinosi incidenti che in India hanno accompagnato la recente visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a New Delhi sono la spia dell’odio generato dalla politica di Nerendra Modi: prima ha eliminato le libertà di espressione e di comunicazione nel Kashmir, poi ha promosso la legislazione sulla cittadinanza, gravemente discriminatoria contro la cospicua minoranza musulmana. Altro caso è quello di Israele, dove, come nota Freedom House, il premier Benjamin Netanyahu ha cercato il sostegno dell’estrema destra con leggi sulla cittadinanza avverse ai non ebrei e con la limitazione delle libertà dei locali e degli stranieri critici della sua politica sugli insediamenti in territorio palestinese. L’arretramento rischia di scendere nel sentire della gente. Significativo in proposito quanto ci dice il Pew Research Center sul calo dell’attaccamento dei cittadini alla libertà di parola: dal 44% nel 2015 al 32% nel 2019 in India e nello stesso intervallo, di soli tre anni, dal 58% al 51% in Israele.

Di Cesare Merlini […continua]

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Illustr. geralt CC0

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