Sulla “distruzione creatrice” delle macchine

La diffusione delle nuove tecnologie legate alla robotizzazione e all’intelligenza artificiale ha prodotto una vera rivoluzione economica e sociale, con un impatto profondo e strutturale su occupazione e salari. Un intervento regolatore è necessario e urgente. Articolo scritto prima dell’emergenza sanitaria per Covid-19 

Il progresso tecnologico è sempre stato un argomento chiave in economia. Se da un lato ha permesso lo sviluppo economico, dall’altro la sua capacità di sostituire il lavoro umano con le macchine, con possibili perdite di posti di lavoro, ha sempre destato preoccupazioni. La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che un periodo di disoccupazione segue l’introduzione di nuove tecnologie, mentre non c’è consenso sugli effetti a lungo termine.

Secondo i pessimisti la ridotta importanza del lavoro umano rispetto ai compiti automatizzati e l’impossibilità di assorbire la forza lavoro in eccesso in opportunità di lavoro alternative sono prevalenti. Gli effetti sul risparmio di lavoro innescati dalle nuove tecnologie sono previsti superiori rispetto alla creazione di nuovi posti di lavoro. Per gli ottimisti invece, la produttività, l’occupazione e i salari aumenteranno, innescando effetti positivi sul benessere e sulla distribuzione della ricchezza, riducendo infine il divario tra le classi superiori e inferiori.

Nonostante l’evidenza che i miglioramenti della tecnologia non hanno comportato necessariamente una disoccupazione tecnologica (almeno nel lungo termine), perché la robotizzazione e l’Intelligenza Artificiale (IA) dividono nuovamente il dibattito accademico e politico tra pessimisti e ottimisti? L’aumento dell’automazione sta avvenendo in un periodo di crescente disuguaglianza economica, scomparsa del ceto medio, precarizzazione del lavoro e retribuzioni bloccate. Questo rafforza i timori della disoccupazione tecnologica di massa e porta con sé una rinnovata richiesta di sforzi politici per affrontare le conseguenze del cambiamento tecnologico che potrebbe portare al sorgere della cosiddetta “classe inutile” di umani che non sono in grado di lavorare perché le loro professioni sono diventate obsolete e la loro riconversione è non profittevole.

Dopo la crisi del 2007, nonostante quanto sostiene l’OECD – “i mercati del lavoro sono tornati ai livelli pre-crisi in termini di quantità di posti di lavoro, con solo alcune notevoli eccezioni” –, questa tendenza è stata accompagnata da una percentuale più elevata di posti di lavoro di scarsa qualità (vale a dire posti di lavoro occasionali e precari), che limitano la crescita salariale dei cosiddetti “lavoratori poveri”, vale a dire persone con lavori a basso reddito, i cui redditi scendono spesso al di sotto della soglia di povertà.

[…continua]

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Foto: C. Chaplin, Tempi Moderni, 1936

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