Le peggiori epidemie della storia recente

Si sa ancora troppo poco del nuovo coronavirus cinese per prevedere come evolverà l’epidemia, e quali siano i rischi concreti di una pandemia. Guardare al passato però può aiutare a mettere le cose in prospettiva: ecco alcune delle peggiori epidemie della storia recente.

Reazioni tempestive, ma commisurate ai rischi. E soprattutto: niente panico. È così che si affrontano le epidemie come quella di Covid-19, la malattia da nuovo coronavirus che (complice un cambio nei criteri diagnostici utilizzati nella provincia di Hubei, la zona più colpita) ha visto schizzare a 63mila il numero totale di contagi e a circa 1.380 quello dei decessi. Sull’accuratezza delle cifre iniziano a esserci sempre più dubbi, visto che proprio stamattina le autorità sanitarie cinesi hanno depennato un centinaio di morti dai report dei giorni scorsi, a causa di un errore che avrebbe portato a contare due volte alcuni dei decessi.

pericoli, per quanto ancora difficili da calcolare con certezza, rimangono concreti. Ed è qualcosa a cui dovremo abituarci: in un mondo globale anche le pandemie si faranno necessariamente sempre più comuni. Reazioni come quella del nostro paese, tra i pochi ad aver chiuso completamente il traffico aereo da e verso la Cina (operazione di cui, a epidemia ultimata, dovremo valutare i costi), in futuro difficilmente potranno quindi continuare a essere la norma. Se è troppo presto per prevedere come evolverà l’epidemia, guardare al passato può comunque aiutarci a mettere le cose in prospettiva anche nel caso di questo nuovo coronavirus. D’altronde è quello che fanno gli esperti per preparare le strategie con cui mitigare sia l’impatto in termini di salute, che le perdite economiche. Quali sono state, dunque, le peggiori epidemie della storia recente?

Sindrome respiratoria mediorientale – MERS

La conosciamo con l’acronimo Mers, dall’inglese Middle East Respiratory Syndrome, ed è una malattia provocata da un altro coronavirus, un virus a rna imparentato con quello che sta provocando l’attuale epidemia cinese. La conosciamo dal 2012, quando il virologo egiziano Ali Mohamed Zaki ha segnalato il primo paziente in Arabia Saudita, e anche se il numero maggiore di contagi e vittime sono stati registrati nei primi anni non ha mai smesso di circolare, per lo più nei dintorni della penisola Arabica.

A oggi ha provocato 2.494 infezioni accertate e 858 decessi. Come è facile vedere dai numeri, si tratta di una malattia particolarmente grave, con un indice di letalità (la percentuale di malati che muoiono per la patologia) del 34%. Ma fortunatamente, anche di una malattia poco trasmissibile: il suo tasso di riproduzione, cioè il numero di persone a cui in media un paziente è destinato ad attaccare la patologia, inferiore a uno. E quindi, a meno che non cambi radicalmente la situazione, gli esperti ritengono che al momento presenti il rischio di trasformarsi in una pandemia pericolosa, perché una malattia con tasso di riproduzione inferiore a uno è destinata a estinguersi da sola con il tempo.

Sindrome respiratoria acuta grave – SARS

Un altro grande nemico arrivato dalla Cina è la Sars, o Severe Acute Respiratory Syndrome, un’altra malattia da coronavirus. Un’epidemia che (per chi se ne fosse dimenticato) ha tra i suoi protagonisti anche un italiano: Carlo Urbani, il medico che nel 2003 identificò per primo la malattia in un paziente cinese ricoverato ad Hanoi per una presunta polmonite, e che dopo aver contribuito fortemente a impedire la diffusione del virus in Vietnam e nel resto del mondo, ne rimase vittima in prima persona.

Anche grazie ai suoi sforzi, la patologia, estremamente contagiosa, è stata contenuta, arrivando a provocare in tutto 8.098 contagi 774 decessi in 37 nazioni a cavallo tra il 2002 e il 2004. In questo caso, si stima che il tasso di riproduzione fosse superiore a 2, e quindi con un forte rischio di diventare una pericolosa pandemia, anche se l’indice di letalità è risultato sostanzialmente inferiore a quello della Mers, con un 9,6% dei pazienti deceduti a causa del virus.

Influenza suina – H1N1

In questo caso, il pericolo arrivò dal Messico, anche se i primi casi ufficiali sono stati identificati a marzo del 2009 in California. Il virus in questione si chiama H1N1, ed è una nuova variante del virus influenzale emersa dal ricombinamento tra virus umani, aviari e suini. L’epidemia si concluse ufficialmente nell’agosto del 2010, dopo aver contagiato (secondo le stime più attuali) quasi sette miliardi di persone, e aver contribuito alla morte di oltre 200mila persone in tutto il mondo.

Numeri importanti, che non devono però trarre in inganno: la mortalità al termine dell’epidemia, anche secondo le stime meno conservative, è risultata inferiore a quella della normale influenza stagionale, che ogni anno uccide tra le 290 e le 650mila persone. Meno rassicurante in questo caso è il tipo di pazienti colpiti da forme gravi della malattia, che vide tra le sue fila molte più persone giovani (anche tra i decessi) rispetto alle forme più tradizionali. Anche in questo caso, inoltre, in Italia la risposta all’epidemia diede adito ad alcune polemiche, a causa di 24milioni di dosi di vaccino acquistate per oltre 184 milioni di euro e praticamente mai utilizzate, anche a causa di ritardi nella consegna da parte della casa produttrice, Novartis.

Influenza

Come abbiamo visto, i virus influenzali stagionali, anche se considerati tutto sommato innocui, uccidono ogni anno centinaia di migliaia di persone, in particolare tra anziani pazienti indeboliti da altre patologie. In alcune annate celebri, però, la conta dei morti è stata molto più pesante. Una delle più famose è la cosiddetta spagnola che colpi a cavallo tra 1918 e 1920: un virus insidioso che interessò con particolare durezza la parte di popolazione che di norma corre meno rischi con l’influenza, i giovani adulti in salute, provocando un numero di morti che si aggira tra i 50 e i 100 milioni in tutto il globo. Risultando circa mille volte più letale dell’influenza suina del 2009.

Un altro ceppo particolarmente noto è l’H3N2, che provocò la pandemia influenzale del 1968, o influenza di Hong Kong. È infatti dall’allora protettorato inglese in Cina che il virus si diffuse, prima in Oriente, e poi in America, arrivando a uccidere (si stima) circa un milione di persone in tutto il mondo.

Ebola

Un altro grande flagello degli ultimi decenni è senz’altro il virus ebola, un patogeno di origine animale che nell’uomo provoca una grave febbre emorragica. La malattia è stata identificata ufficialmente nel 1976, ed ha provocato diverse epidemie, con una mortalità variabile anche in base al ceppo virale coinvolto. Una delle più gravi è stata quella che ha interessato l’Africa occidentale tra il 2013 e il 2016, infettando in totale 28mila persone e provocando più di 11mila decessi.

In quel caso, il tasso di riproduzione stimato si aggirava tra 1,5 2, e l’indice di letalità superò il 40% (si stima in media nelle epidemie note sia pari al 50%, ma può oscillare tra il 25 e il 90%). Dopo un paio di anni di pace, ebola purtroppo è tornato a colpire nella Repubblica democratica del Congo. L’epidemia in questo caso è ancora in corso, complicata da moltissimi problemi interni ed esterni. Ad oggi ha coinvolto 3,308 persone, e provocato oltre 2.250 decessi. E nonostante l’arrivo di un vaccino efficace, non sembra purtroppo destinata ad arrestarsi in tempi brevi.

Sars-Cov-2

Cosa dire del coronavirus cinese che provoca la Covid-19? Ben poco di sicuro, perché la situazione è in pieno svolgimento, ed è troppo presto per conoscere con certezza la gravità e la portata dell’epidemia. Al momento comunque i casi sono ancora concentrati quasi esclusivamente nella Repubblica popolare cinese, e questo lascia ben sperare sulle possibilità di contenere il virus ed evitare che si trasformi in una pandemia globale.

Per quanto riguarda il tasso di riproduzione, alcuni studi stimano che possa aggirarsi attorno al 2,2, un numero che, se confermato, descriverebbe una malattia abbastanza infettiva e quindi ad alto rischio di riversarsi anche al di fuori dei confini cinesi. Per quanto riguarda il suo indice di letalità, le stime attuali parlano di un 2,1%, con un 14% delle infezioni totali che producono un’infezione grave che richiede l’ospedalizzazione del paziente.

(Simone Valesini, Wired cc by nc nd)

Foto Pixnio CC0

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