Gli stati devono iniziare a riconoscere i “rifugiati climatici”?

Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite si aspetta che gli Stati rivedano le politiche interne sull’immigrazione”. È questa l’opinione di Yuval Shany, preside della facoltà di legge all’Università ebraica di Gerusalemme e vicepresidente del Comitato Onu per i diritti umani, che nei giorni scorsi si è pronunciato rispetto alla causa del cittadino di Kiribati, Ioane Teitiota, sulla “necessità di nuovi standard legislativi in grado di facilitare future richieste di asilo da parte dei rifugiati climatici”.

La storia di Ioane Teitiota, sebbene lontanissima geograficamente – l’arcipelago indonesiano di Kiribati è a circa ventiquattrore di volo da noi – è esemplare sotto molti aspetti. Nel 2007 Teitiota è emigrato in Nuova Zelanda assieme alla moglie, dalla quale ha poi avuto tre figli, e qui, pur rimanendo disoccupato diverse volte, è riuscito comunque a vivere. Nel 2011, Teitiota ha dimenticato di rinnovare il suo passaporto e questo lo ha costretto a un confronto con la legge neozelandese sull’immigrazione – molto restrittiva – che non gli ha concesso l’estensione del visto. Secondo il giornalista investigativo Kenneth R. Weiss, che nel 2015 ha descritto su Foreign Policy la sua storia, è da questa difficoltà burocratica che è nata – quasi a sua insaputa e per l’impegno del suo legale – la figura di un cittadino della Repubblica di Kiribati che lotta per il diritto a vedere riconosciuto il suo status di migrante climatico.

Teitiota ha descritto alla Corte come l’innalzamento del livello del mare nell’arcipelago di Kiribati, dovuto al surriscaldamento globale, mettesse in pericolo il suo diritto alla vita assieme a quello della propria famiglia: l’acqua potabile sempre più scarsa e contaminata dal contatto con l’acqua salata; i tentativi falliti di contrastare l’innalzamento del mare utilizzando barriere artificiali; una progressiva e costante diminuzione della terra abitabile, causa di crisi tra gli abitanti per le minori opportunità di alloggio e di forti litigi, alcuni dei quali hanno dato origine a dei morti. Inoltre, la pesca non sicura e la produzione agricola non permettono di garantire un apporto nutrizionale sufficiente agli i-kiribati (così sono chiamati gli abitanti), soggetti a carenze di vitamina A e a malnutrizione. Kiribati, insomma, era diventato un luogo insostenibile e violento per Teitiota e la sua famiglia.

L’accelerazione nell’innalzamento del livello del mare per la Repubblica di Kiribati ha un impatto molto importante per il paese e continuerà sicuramente per le prossime due generazioni”. Ne è convinta Maxine Burkett, docente di Diritto all’University of Hawaii di Honolulu, co-autrice della recente review apparsa su Nature Earth&Environement dal titolo “Sea level rise and human migration”. “Sarà difficile predire di quanto e in che tempi questo atollo sarà sommerso, perché vi è scarsità di dati per la gran parte delle isole del Pacifico” spiega, aggiungendo che “è importante sottolineare che l’innalzamento del livello del mare è soltanto uno degli effetti del cambiamento climatico, che danneggia quindi la vita delle comunità e può provocare le migrazioni”.

La mancanza di acqua potabile e l’innalzamento delle temperature sono, spesso, i motivi più comuni che portano le popolazioni a emigrare: “Questi fenomeni sono, ovviamente, concomitanti e fonte di gravi difficoltà nell’approvvigionamento dei mezzi di sostentamento” continua Burkett. “Nei due ultimi mandati presidenziali, a Kiribati sono state esplorate delle soluzioni per proteggere le coste, acquistando terre nelle isole Fiji, testando soluzioni ingegneristiche per aumentare il livello delle coste ma, soprattutto, addestrando i cittadini dell’arcipelago a sviluppare delle capacità che possano essere loro utili nel caso debbano emigrare forzatamente ed essere rilocati in un’altra regione o paese”. Ci vuole ancora coraggio per pronunciare le parole migrazione forzata come ultima speranza per i cittadini di Kiribati: “Anche loro, come tutti quelli che abitano nelle isole circostanti, vogliono restare. Io penso che la speranza sia che altri paesi abbiano invece il coraggio di agire per diminuire sensibilmente le emissioni dannose per l’ambiente, e supportino le comunità che soffrono a causa dell’innalzamento del livello dei mari dovuto al riscaldamento globale”.

Ioane Teitiota avrebbe potuto presentare una regolare domanda di permesso di soggiorno, nel caso specifico alla Nuova Zelanda” afferma a Wired Francesca Perrini, docente di diritto internazionale all’Università di Messina, “invece ha deciso di perorare la propria causa in qualità di “migrante climatico” e sebbene questo non abbia permesso né al ricorrente, né alla sua famiglia, di ottenere lo status di rifugiato in Nuova Zelanda, ha fatto sì che il Comitato Onu per i diritti umani “abbia riconosciuto il degrado ambientale e i cambiamenti climatici come una delle più gravi minacce al diritto alla vita per le generazioni presenti e future”.

Questo pronunciamento apre uno scenario molto importante, sebbene non potrà avere grandi effetti dal punto di vista pratico, di certo non nell’immediato: “La decisione del Comitato non ha effetto vincolante” – continua Perrini – “tuttavia è un passo molto importante che, a livello delle Nazioni Unite, pone la necessità di dare una risposta al problema dei migranti ambientali”. In che senso? “Nonostante il Comitato non abbia dato ragione al signor Teitiota, si tratta di una decisione importante dal punto di vista simbolico perché apre una strada a questi migranti, nella misura in cui, secondo quanto afferma il Comitato anche per loro vale il divieto di respingimento laddove la loro vita dovesse essere in pericolo nel paese di origine”.

Il problema di fondo è il fatto che la Convenzione di Ginevra, lo strumento di diritto internazionale per la tutela dei rifugiati, non contempla la figura del rifugiato climatico, a cui quindi la Convenzione non può essere applicata nemmeno per analogia, come del resto anche altri istituti giuridici internazionali.

Da tanto tempo si discute, della necessità di stipulare una convenzione specifica che si occupi di tutelare questa specifica categoria di migranti. Sicuramente la decisione del Comitato Onu può aprire un nuovo scenario, una strada che va nella giusta direzione: ora gli stati dovranno trovare una risposta coerente con questa decisione apripista”, conclude Perrini.

Il Comitato Onu per i diritti umani non ha effettuato studi sugli effetti del cambiamento climatico a livello globale” ha affermato infine il commissario Yuval Shany, “ma siamo aperti a collaborazioni con altre istituzioni, come l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), sebbene sia un organismo non giudiziario che istituzionalmente non collabora con altri enti al di fuori del sistema dei trattati sui diritti umani dell’Onu. Attualmente siamo informati dai media di almeno un altro caso riguardante i cambiamenti climatici di cui il Consiglio si dovrà presto occupare”. Non resta che vedere come andrà a finire.

(Federica Lavarini, Wired cc by nc nd)

Foto Amisom CC0
Somalia 2018
Bro. Jeffrey Pioquinto, SJ cc by
Filippine, 2013

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