I 50 anni del World Economic Forum: economia, clima, tecnologia e geopolitica

Giunto alla sua cinquantesima edizione, il World Economic Forum (Wef) – che dal 21 al 24 gennaio si è svolto, come ogni anno, a Davos, in Svizzera – è divenuto un immancabile evento per l’élite globale, riunendo ministri, banchieri centrali, leader delle grandi aziende private, accademici e star di ogni genere, dagli attori agli sportivi.

In una massima ormai celebre, Jamie Dimon, ceo di JP Morgan Chase, sintetizzò il forum di Davos come il luogo “dove i miliardari dicono ai milionari come si sente la gente comune”. Nonostante questo commento lapidario, il Wef rimane, forse, un forum privilegiato dove i potenti del mondo possono interagire per discutere come affrontare le maggiori sfide globali. Il grande punto di domanda continua ad essere se dalle ambiziose parole pronunciate in questi eventi seguano, effettivamente, delle azioni private, nazionali o collettive.

Per un capitalismo più inclusivo?
Quest’anno il tema dell’appuntamento di Davos è stato “Comunità d’impresa in azione per un mondo coeso e sostenibile (Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World)”. Secondo l’annuale indagine condotta dal Wef prima dell’evento di Davos sui maggiori rischi percepiti a livello globale, sono emerse delle problematiche relative al cambiamento climatico, alle tensioni geopolitiche ed economiche e all’impatto della tecnologia sulle società. In linea con queste priorità, il Forum di quest’anno si è concentrato sul discutere quale sia la strada per coniugare il capitalismo globale con una rinnovata responsabilità verso il clima e i perdenti della globalizzazione. Con quest’ottica di cambiamento di più ampio respiro per un capitalismo responsabile e sociale, i macro-argomenti degli incontri di quest’anno hanno assunto dei titoli suggestivi come “la tecnologia per il bene”, “come salvare il pianeta” o “oltre la geopolitica”.

Non bisogna però dimenticare che lo spirito con cui è nato il Wef è la nozione che il globalismo – animato da tre cardini: democrazia liberale, libero mercato e società aperte – avrebbe beneficiato tutti.

Ma è proprio questo approccio che è oggi sotto estrema pressione con un ritorno dei nazionalismi, un malcontento generalizzato verso l’attuale sistema economico e un consolidamento dei partiti populisti a livello internazionali. È innegabile che una crescente porzione della popolazione, soprattutto nelle democrazie sviluppate, abbia iniziato a sentirsi abbandonata dalla globalizzazione. Secondo un’indagine, il 56% della popolazione mondiale considera che l’attuale capitalismo faccia più male che bene.

Come hanno giustamente sottolineato i premi Nobel per l’economia Abhijit Banerjee e Ester Duflo in un recente articolo su Foreign Affairs, nonostante sia vero che la popolazione che vive con meno di $1.90 al giorno si sia dimezzata dal 1990, passando da 2 miliardi a 700 milioni, bisogna anche considerare gli effetti della globalizzazione nei Paesi industrializzati. L’economista Branko Milanovic ha stimato che, mentre i tassi di disuguaglianza tra Paesi sono diminuiti, quelli all’interno delle democrazie sviluppate sono aumentati, facendo crescere i sentimenti di insoddisfazione e malcontento verso l’attuale sistema economico. Per esempio, negli Usa il coefficiente di Gini, usato per la misura delle diseguaglianze, è passato dallo 0.35 nel 1979 allo 0.45 oggi.

Sono proprio questi cambiamenti nel modello produttivo capitalista che hanno spinto il Wef di quest’anno a cercare di sensibilizzare la comunità internazionale sui rischi di un mondo sempre più diseguale ed esposto agli effetti del cambiamento climatico. Il messaggio chiave è che solo il coordinamento multilaterale che coinvolga tutti gli stakeholder della società potrà incoraggiare delle azioni collettive necessarie per mitigare le sfide che il mondo sta affrontano.

Le imprese nella Quarta Rivoluzione industriale
Il Forum di quest’anno è stato anche l’occasione per promuovere il “Manifesto di Davos del 2020: la funzione universale di un’azienda nella Quarta Rivoluzione industriale” (Davos Manifesto 2020: The Universal Purpose of a Company in the Fourth Industrial Revolution). Nel documento viene rimarcata la funzione di responsabilità di un’azienda che deve rispondere non solo alle esigenze dei propri azionisti o alla massimizzazione del profitto ad ogni costo ma deve anche tenere conto degli interessi generali della società. Le aziende private, in particolare le multinazionali, hanno la responsabilità di cooperare con la società civile e i governi per affrontare le sfide globali.

L’idea di un ‘capitalismo degli stakeholder’ era già emerso nel dibattito pubblico con il documento a firma del Business Roundtable – un’associazione no-profit che raccoglie i 181 ceo delle più grandi aziende private americane – in cui si esplica che le imprese devono investire nei dipendenti, proteggere l’ambiente e creare valore di lungo termine non solo per gli azionisti ma per tutti gli stakeholder della società.

Chiaramente la discussione sui cambiamenti climatici e come combatterli è stata al cuore dei lavori di Davos, dato che le implicazioni di questo fenomeno colpiscono la società nel suo insieme. Eppure, l’immagine che ne è venuta fuori è stata discrepante. Se da un lato è emersa la preoccupazione condivisa e la promessa di azioni concrete per contrastare l’emergenza climatica, dall’altro lato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è scatenato contro gli attivisti ambientalisti, etichettati come “i profeti di sventure” che parlano di “predizioni di apocalisse”.

Inoltre, alcuni leader industriali hanno promesso una svolta ‘verde’, facendo numerosi annunci – come per esempio il ceo di BlackRock che ha previsto l’investimento di mille dei  7 mila miliardi che la società americana gestisce in progetti di sviluppo durevole -. Ma è anche emerso da un’indagine condotta da Pwc che 1.600 manager delle grandi multinazionali globali non considerano il rischio climatico tra i dieci rischi principali per l’economia mondiale nell’anno che verrà.

Il secondo tema più discusso – e controverso – dell’ultimo Wef è stato il settore tecnologico e le varie sfide globali che comporta. Dalle controversie sull’antitrust, agli effetti positivi del Fintech fino all’impatto sul mercato del lavoro.

Il nodo di una tassa digitale
Ma, senza ombra di dubbio, la questione, altamente divisiva e politicamente sensibile, dell’introduzione di una digital tax sui giganti del web è stata al centro del dibattito. Facendo anche riferimento al manifesto di Davos in cui si sottolinea che le aziende private debbano pagare “un’equa tassazione”, il Forum di Davos ne ha rivitalizzato la discussione. Numerosi ministri dell’Economia europei – tra cui il francese Bruno Le Maire e l’inglese Sajid Javid – hanno ribadito la necessità di una digital tax che mitighi lo squilibrio che si è creato nell’economia mondiale a causa della facilità con cui alcuni giganti tecnologici riescono ad applicare la pratica del transfer pricing. Anche in questo caso, il Wef ha potuto riunire i diversi stakeholder per cercare di cooperare per capire quali siano le azioni di policy più efficaci e giuste per affrontare questa problematica.

Come raggiungere realmente questi ambiziosi obiettivi è però tutto da vedere. Dalle parole bisognerà passare ai fatti. Questo è, come sempre, il reale problema.

(Nicola Bilotta, Affarinternazionali.it)

Foto US cc by sa

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