Europa e Balcani occidentali, grandi aspettative e altrettanta disillusione

Zlatko Dizdarević, scrittore e diplomatico, analizza le ragioni – a cominciare dai giochi di potere e dai clientelismi – per le quali il processo di adesione dei paesi dei Balcani occidentali rischia di restare un punto morto, impantanato in un dialogo tra sordi, e lancia l’allarme sui rischi che possono derivare da ambiguità e apparenze.

Sia per gli osservatori esterni che per un numero sempre maggiore di cittadini europei, l’Unione europea si sta trasformando in uno spettacolo grottesco. Questa scivolata sta avvenendo lentamente ma inesorabilmente, a prescindere da quanto i funzionari di Bruxelles cerchino di spiegare l’Ue e i suoi meccanismi di funzionamento.

I fatti dimostrano senza ambiguità che l’Ue di oggi è lontana dalle relazioni, dagli standard, dalla logica politica e persino dai principi sui quali si è fondata, quando 16 anni fa fu firmata con impegno incondizionato la cosiddetta promessa di Salonicco: il futuro dei Balcani occidentali è nell’Unione europea.

La scorsa estate Angela Merkel e Viktor Orbán hanno commemorato il 19 agosto 1989, giorno storico in cui l’Ungheria — allora dietro la cortina di ferro — ha aperto le frontiere a 700 rifugiati della Germania dell’Est in viaggio verso l’Austria e la libertà. Più tardi quell’anno cadrà il Muro di Berlino. Fino a questo trentesimo compleanno di libertà per i rifugiati, Orbán è stato un critico appassionato della “imperdonabile politica della Merkel delle porte aperte” per i richiedenti asilo. Tuttavia, in questa occasione, il primo ministro ungherese che, ricordiamolo ha fatto costruire dei muri nel suo paese per bloccare le persone in entrata, è stato felice di esprimere il suo apprezzamento per la cancelliera tedesca. In risposta alla smielata insistenza di Orbán sull’attaccamento dei due Paesi ai “valori europei”, Merkel ha sostenuto che l’Europa sarà veramente unita solo quando tutti i Paesi dei Balcani occidentali entreranno a far parte dell’Ue.

Molte ambiguità sul progetto promesso 20 anni fa dall’Europa stanno cadendo e lo scetticismo sulle dichiarazioni fatte quel giorno, oggi diffuso, è espresso pubblicamente da tanti nei Balcani.

Tornando a Salonicco nel 2003, l’atteggiamento nei confronti dell’attesa dei Balcani occidentali era ottimistico. Un ottimismo che non si basava sulle convinzioni politiche, ma su quelli che erano criteri chiari e solidi per la candidatura e per l’adesione all’Unione europea. In questo contesto vale la pena ricordare l’amara dichiarazione di un deputato della sinistra tedesca citata dai giornali europei l’anno scorso: l’Ue si trova ora in una condizione tale che non soddisferebbe i criteri per la sua adesione all’Unione europea.

L’analisi della nuova realtà della relazione tra l’Ue e i Balcani occidentali è chiara: il processo di avvicinamento sta subendo un profondo rallentamento, anche rispetto al 2018. E, in alcuni casi, la realtà è diventata ancora più problematica. Le ragioni sono due. In primo luogo, ci sono questioni interne che hanno alimentato questo meccanismo “controeuropeo”; c’è poi una certa riluttanza, mischiata a ignoranza e a errori di giudizio, da parte della stessa Ue rispetto alla realtà dei Balcani e alla natura dell’ostilità locale ad avviare le riforme e a progredire sulla via dell’adesione all’Ue.

La logica alla base dei nuovi leader nazionalisti e corrotti al governo e dei loro partiti è semplice: qualsiasi avvicinamento verso l’Ue rappresenta un passo verso la perdita del potere che hanno acquisto, basato sulla malapolitica, sullo sfruttamento, sulla corruzione e su uno stato paralizzato.

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