Isis: il rimpatrio dei foreign fighters spaventa l’Europa

Stanno tornando! Anzi hanno già iniziato il loro viaggio di ritorno. Sono i nostri foreign fighters, centinaia di cittadini europei che dal 2011 hanno raggiunto la Siria e l’Iraq per arruolarsi con le milizie del sedicente Stato islamico. Di Azzurra Meringolo e Giulia Cerino per Affarinternazionali.it

Dal giorno della sconfitta territoriale dell’autoproclamato Califfato, i governi occidentali ne temono il rientro in patria, un’eventualità difficile da scongiurare visti i documenti e la nazionalità dei ragazzi e delle ragazze in questione, spesso con figli. Si tratta in molti casi di giovani, immigrati di seconda e terza generazione, convertiti repentinamente all’Islam e con scarse conoscenze del Corano e della lingua araba.

Le foreing fighters italiane
Nel 2014 i foreign fighters dell’Isis con passaporto europeo erano già oltre 3500 e a oggi quelli morti si contano a centinaia. Nel 2016, erano il 14% del totale. Un’ottantina di essi aveva il passaporto belga, una trentina danese; un centinaio i tedeschi e gli inglesi, circa 150 i francesi. Sono poche decine gli italiani, soprattutto donne, molte delle quali spose di miliziani dell’Isis.

Che cosa ne è oggi di loro? Sono fresche di stampa le notizie di alcuni foreign fighters europei pentiti che vorrebbero fare ritorno e affrontare un giusto processo in patria. Per l’Italia è il caso di Alice Brignoli, 43 anni, nata vicino a Lecco: ha chiesto di tornare in patria. Con lei, ci sarebbe la padovana Meriem Rehaily, 23 anni e due figli, e la trevigiana Sonya Khediri, partita per la Siria a 17 anni. Entrambe si dicono pentite. La domanda è: come gestire il loro rientro? E, soprattutto, la comunità internazionale permetterà loro di fare ritorno in patria?

La mancanza di una strategia
A livello comunitario non esiste ancora una strategia unanime su come affrontare la questione. Sebbene si registrino partenze già a iniziare dal 2011, è solo nel 2014 che l’Onu (e non gli Stati nazionali) solleva la questione esprimendo con la risoluzione 2178 preoccupazione per l’esodo di occidentali e auspicando un intervento degli Stati membri “con azioni volte alla deradicalizzazione dei giovani nelle città e nei quartieri”.

Per bloccare il flusso dunque servono azioni che intervengano sulle cause della radicalizzazione. L’uso della forza non servirà. Missione compiuta? Nì. Molti Stati dell’Ue hanno infatti deciso di impiegare politiche repressive per fronteggiare l’esodo e tra il 2014 e il 2015 alcuni di questi hanno deciso di vietare i viaggi dei propri cittadini verso la Siria e l’Iraq con misure come la sospensione del passaporto.

La norma ha da subito suscitato dubbi: affinché si possa impedire a qualcuno di viaggiare è necessario che le autorità provino il legame del sospettato con l’organizzazione terroristica. Tra l’altro i dati dimostrano che tale provvedimento non evita che vi sia radicalizzazione. E tanto meno si affronta il tema della deradicalizzazione di chi è già un estremista. Inoltre, che cosa succede se le autorità non rilevano i segni della progressiva radicalizzazione del presunto jihadista? […]

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Foto EU Echo cc by nc nd

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