Com’è stata fin qui la conferenza sul clima Cop25 di Madrid

Si chiude la prima settimana del vertice sul cambiamento climatico. Per chi è rimasto indietro, facciamo il punto su quel che è successo finora e quello che ci si aspetta. Di Emanuela Barbiroglio, Wired.it.

Iniziata lunedì 2 dicembre, la conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite Cop25 – importante a partire per il suo obiettivo di riduzione delle emissioni, dopo l’accordo di Parigi del 2015 e la sua sostanziale inefficacia – ha visto un’evoluzione lenta dal punto di vista dei negoziati e molto proteste dei giovani attivisti. Siamo stati in Spagna, a Madrid, per fare un punto della situazione.

Come stanno andando i negoziati

I negoziati entreranno nel vivo soltanto nei prossimi giorni con l’arrivo dei ministri: per ora si è parlato molto dell’Articolo 6, una parte altamente tecnica dell’accordo di Parigi che potrebbe, in talune condizioni, distruggerlo. La sezione si riferisce ai mercati internazionali del carbonio, con l’obiettivo di rafforzare le ambizioni dei paesi in merito alle emissioni di gas serra: i Nationally Determined Contributions (Ndcs), cioè le quote (volontarie) di emissioni a cui uno stato si impegna a dire addio.

In particolare, l’Articolo 6 dovrebbe aiutare a ridurre le emissioni a livello globale consentendo di vendere o comprare le emissioni in eccesso. Così i paesi virtuosi producono crediti che sono chiamati Internationally Transferred Mitigation Outcomes (Itmo) e gli altri, che per qualunque motivo non riducono le emissioni, li acquistano.

La questione finisce dunque per riguardare anche il divario fra paesi sviluppati (che hanno contribuito più notevolmente al cambiamento climatico) e paesi in via di sviluppo (che subiscono più duramente le conseguenze del cambiamento climatico), nonché tutto l’aspetto finanziario dell’accordo di Parigi. Il cosiddetto loss and damage è infatti controverso perché mira a trovare le strategie utili a sostenere i paesi irreversibilmente danneggiati dai cambiamenti climatici. Perché questi mercati del carbonio funzionino, in linea di massima deve essere un posto un tetto che faccia da limite alle emissioni e il loro prezzo non deve essere troppo basso.

Per i suoi sostenitori, l’Articolo 6 ha il vantaggio di offrire un percorso che coinvolge anche il settore privato. Secondo altri, rischia di giustificare le emissioni e perciò abbassare le ambizioni politiche. Finora un regolamento vero e proprio non esiste e le discussioni vanno avanti da quattro anni. Da Cop25 ci si aspetta, fra le altre cose, un risultato da questo punto di vista e alcuni temono che tutto slitti al 2020.

Qualcosa potrebbe essersi sbloccato nella sera di sabato, quando alcune discussioni sono iniziate sull’argomento. Il testo del regolamento resta denso di parentesi che servono a indicare la mancanza di accordo ai punti specifici, ma si tratta di un segnale positivo. Nel frattempo, si sta svolgendo una più ampia conversazione su come questi colloqui possano accrescere le varie promesse nazionali prima della scadenza fissata per il prossimo anno.

I report presentati

Fra i report presentati in questi giorni, quattro spiccano per la loro importanza. Gli ultimi dati raccolti dalla World Meteorological Organization (Wmo) dimostrano che il decennio in chiusura è il più caldo mai registrato. Secondo la Wmo, le temperature medie globali dal 2010 sono storicamente le più alte, e il 2019 è sulla buona strada per diventare il secondo o il terzo anno più caldo di sempre.
Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, che hanno raggiunto un livello record di 407,8 ppm di CO2 nel 2018, hanno continuato ad aumentare anche quest’anno. Il riscaldamento oceanico ha seguito un andamento simile, con in media un mese e mezzo di temperature sopra la norma, e l’acqua del mare è il 26% più acida rispetto all’inizio dell’era industriale, mentre l’estensione dei ghiacci nell’Artico e in Antartide continua a diminuire.

Tra gli eventi meteorologici estremi risultati dall’innalzamento delle temperatureci sono inondazioni, siccità, ondate di calore, incendi e cicloni tropicali.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) invece ha condotto un sondaggio su 101 paesi per stabilire i rischi per la salute umana legati al cambiamento climatico. Ne risulta che i rischi più comuni sono lo stress da calore, lesioni o morte in seguito a eventi meteorologici estremi, malattie trasmesse attraverso cibo, acqua e altri vettori che trovano un ambiente più favorevole laddove la temperatura è più alta (come colera, dengue o malaria), ma anche problemi legati al peggioramento della salute mentale. Fra questi, traumi e stress sono molto diffusi fra le persone costrette a spostarsi in seguito a un evento meteorologico estremo, così come la depressione fra i più giovani attivisti.

Dei paesi intervistati dall’Oms, soltanto la metà hanno riferito di avere un piano per la salute nazionale in vista del surriscaldamento globale. Ma i paesi in via di sviluppo, che hanno capacità finanziarie limitate, sono anche quelli più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. In sostanza, chi ha più bisogno di aiuto ha accesso a meno risorse.

Il Global Climate Risk Index della ong tedesca Germanwatch, inoltre, ha confermato che circa 500mila persone sono morte negli ultimi 20 anni in seguito a oltre 12mila eventi meteorologici estremi. Sette dei 10 paesi più danneggiati dal cambiamento climatico sono paesi considerati reddito basso oppure medio basso: Porto Rico, Myanmar e Haiti sono in cima alla lista.

Ma le ondate di calore e la siccità del 2018 hanno dimostrato che anche i paesi ad alto reddito soffrono degli effetti del cambiamento climatico più chiaramente che mai. Perciò, avverte lo studio, “una mitigazione efficace dei cambiamenti climatici è nell’interesse di tutti i paesi del mondo”.

È anche uscito l’ultimo Carbon Budget del Global Carbon Project, un progetto di ricerca globale e partner del World Climate Research Program. Il Carbon Budget 2019 ci dice che le emissioni globali di CO2 da combustibili fossili e produzione industriale sono aumentate dagli anni Sessanta e più velocemente nel periodo 2009-2018. Molti dati di Wmo sono confermati e si prevede che le emissioni globali nel 2019 siano aumentate di un ulteriore 0,6%, una crescita più lenta rispetto agli ultimi due anni – ma pur sempre una crescita.

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Foto mitecogob cc by nc sa
John Englart cc by sa

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