Hong Kong, Santiago del Cile, Barcellona: un mondo in piazza

Da Hong Kong a Santiago del Cile, passando per Baghdad, Beirut e Barcellona: gli ultimi mesi sono state le grandi proteste di massa a tenere banco sui media internazionali. Le piazze rivendicano diritti calpestati non solo da regimi e modelli economici iniquima anche da governi democratici, accusati di corruzione, inefficienza e politiche ingiuste.

Si protesta per motivi e con modalità diverse, ma ad accomunare le manifestazioni di mezzo mondo c’è un elemento trasversale: la frustrazione per le ineguaglianze che negli ultimi decenni si sono incuneate tra ricchi e poveri, élite e persone comuni, istituzioni e cittadini. Il rincaro dei trasporti cileni, le tasse su WhatsApp in Libano o la legge sull’estradizione a Hong Kong sono solo le gocce che stanno facendo traboccare i vasi di malcontenti ben più radicati: «Non stiamo protestando per WhatsApp, siamo qui per tutto il resto: per il carburante, il cibo, il pane, per tutto» è il grido della piazza a Beirut; un grido che fa apparire realtà tra loro lontane improvvisamente così vicine.

Alcune risposte sono già arrivate, come le dimissioni del premier Hariri in Libano, il ritiro del disegno di legge a Hong Kong o il mantenimento dei sussidi in Ecuador: a dimostrazione che la piazza – a ogni latitudine – può raggiungere i propri obiettivi contingenti, e andare persino oltre. Ma perché il mondo sta scendendo in piazza? C’è davvero un comune denominatore tra i movimenti di protesta degli ultimi mesi nelle varie parti del globo? Le piazze tornano ad aver un ruolo politico nelle nostre società? E quali sono le loro proposte?

Leggi il dossier sul sito ISPI

Foto Etan Liam cc by nd
Una strada di Hong Kong, 10/11/2019
Nota – CCP: Chinese Communist Party

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