Il ruolo dell’Italia e dell’Umbria nella nascita della Ceco-Slovacchia

Sarajevo, 28 giugno 1914: Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d’Austria Este (1863), Arciduca della dinastia degli Asburgo ed erede designato dell’Impero Austro-Ungarico, si avvia insieme alla moglie Sofia Chotek von Chotkowa, Duchessa di Hohenberg (1868), verso la vettura nella quale entrambi troveranno la morte.

È da questo avvenimento che, secondo i libri di storia, inizia la Prima Guerra Mondiale, omettendo però un particolare di non poco conto: il conflitto iniziò a seguito di questo attentato, ma non a causa di esso.

Ciò perché le vere radici dell’imminente ed immane scontro affondavano già da tempo nello scivoloso terreno della competizione economica e coloniale che, grazie ad un’avanzatissima organizzazione interna, la giovane Germania aveva avviato soprattutto nei confronti di Francia e Inghilterra e, per ciò che poteva attenere alle risorse petrolifere, anche nei confronti degli Stati Uniti.

L’aspetto che iniziava ad incupire maggiormente francesi ed inglesi, ed in seguito anche gli statunitensi, era la volontà di insistere nella Drang nach Osten, dovuta alla necessità (secondo gli strateghi di Guglielmo II) di trovare una soluzione alla robusta crescita demografica tedesca.

Dati i nuovi interessi per le necessarie fonti energetiche, nel XX secolo la strategia di espansione della giovane Germania iniziò a seguire un percorso bi-direzionale articolato nelle seguenti direttrici:

  • la Berlino-Varsavia-Kiev-Odessa;
  • la Berlino-Bagdad, che si sarebbe snodata dal centro Europa ai Balcani (in quel momento sotto la potestà austro-ungarica) fino all’Impero Ottomano, già sotto l’influenza tedesca. L’obiettivo era il raggiungimento di uno sbocco sul Golfo Persico.

La seconda di queste due articolazioni poteva faceva però intuire ai più una non lontana annessione da parte della Germania dell’Austria-Ungheria, sia perché l’alleato austro-ungarico già gravitava, in un’ottica di subalternità, nella sfera di influenza tedesca, sia perché appariva oramai privo di credibili eredi alla guida, data la prematura scomparsa sia di Rodolfo, figlio di Francesco Giuseppe (1889), sia di Ferdinando, perito a Sarajevo. Non a caso, tra le grida di giubilo per la scomparsa di quest’ultimo, si registrarono quelle dei nazionalisti austriaci guidati da Georg Heinrich von Schönerer, attratti dalle teorie del Pangermanesimo.

L’ipotesi di un’annessione dell’Austria-Ungheria da parte della Germania, comunque, non turbava soltanto i sonni degli altri Paesi europei, ma anche quello di molti sudditi dell’Impero austro-ungarico il quale, a dispetto del nome, non era abitato soltanto da austriaci e ungheresi, ma anche da italiani, romeni, boemi, moravi, slovacchi, polacchi della Slesia, ucraini della Rutenia, serbi, croati, bosniaci e sloveni.

Addirittura, nel contesto austro-ungarico l’etnia slava era quella maggiormente numerosa, in quanto si attestava al 44% della popolazione totale. Seguivano poi i tedeschi al 28%, gli ungheresi al 18%, i rumeni all’8% ed infine gli italiani al 2%.

Per ciò che attiene segnatamente alle popolazioni che in seguito concorreranno ad abitare la Ceco-Slovacchia, il censimento del 1910 effettuato dalle autorità austro-ungariche evidenziava 4.242.000 cechi in Boemia, 1.868.000 in Moravia, 180.000 in Slesia, mentre gli Slovacchi dei 13 Comitati (distretti politici del vecchio Regno d’Ungheria) assommavano a 1.800.000 unità.

Per tutte le etnie diverse dalla tedesca, l’annessione alla Germania avrebbe significato un viaggio senza ritorno nell’agglomerante universo germanico.

Tale timore abitava anche nei pensieri di un già attempato professore di nome Tomáš Masarik, che essendo nato nel 1850 in Moravia era all’epoca dei fatti suddito austro-ungarico.

Egli espresse le sue tesi in un’opera che ne rappresenta per certi versi il testamento spirituale, “La Nuova Europa”, riecheggiando così il titolo del precedente lavoro di un altro convinto europeista, Giuseppe Mazzini.

Inneggiando a concetti quali Libertà, Democrazia e Federalismo, attraverso il suo scritto Masaryk proiettò sull’Europa un fascio di luce ammantato da preveggente chiarezza.

A suo modo di vedere, non si sarebbe avuta un’ Europa libera senza il ridimensionamento del potere tedesco, nella cui area gravitava anche quello dell’Austria-Ungheria che, prima o poi, sarebbe stata inglobata dalla Grande Germania, al pari di tutti i territori che ne facevano parte. Al fine di prevenire tale eventualità, secondo Masarik sarebbe stato necessario, ad un certo punto, frantumare l’Austria-Ungheria e far nascere da essa stati nazionali autonomi che, riuniti in un patto d’intesa e protetti da potenze democratiche e di spessore, potessero arginare sia lo strapotere tedesco in Europa, sia gli appetiti dell’ingombrante vicino russo.

Come prima mossa, e superando di getto tutte le precedenti teorie, quelle dell’Austroslavismo, del Panslavismo e del Neoslavismo, Masaryk, il padre dello Stato che ancora non c’era, cercò di guadagnare alla sua causa il mondo occidentale. Forte delle copiose e benestanti comunità da tempo stanziate negli Stati Uniti e nei paesi della Triplice Intesa, viaggiando senza sosta e coadiuvato dai suoi collaboratori, iniziò un’efficace campagna propagandistica mirante a far percepire la diversità della realtà boema rispetto a quella austroungarica.

Grazie al milione e mezzo di Ceco-Slovacchi d’America, ai sessantamila di Russia e agli altri sparsi nei vari paesi, in poco tempo si crearono diversi organismi operativi, che furono:

– in Francia, e più precisamente a Parigi la “Lega Franco-Ceca” ed il “Comitato della Colonia e dei Volontari Cechi”;
– in Russia il “Comitato Ceco d’Azione a Pietroburgo” ed il “Comitato Ceco di Mosca”;
– in Inghilterra il “Comitato Ceco di Londra”;
– negli Stati Uniti il “Comitato dei Cechi d’America” con sede a New York, l’ “Unione Nazionale Boema” con sede a Chicago, e la “Lega Slovacca” con sede a Pittsburgh;
– in Svizzera (per la quale transitò Beneš in fuga verso la Francia) l’ “Unione delle Associazioni Ceche della Svizzera” a Zurigo;
– in Serbia l’ “Unione dei Ceco-Slovacchi in Serbia”.

Malgrado alcune resistenze, queste organizzazioni furono in seguito fuse e/o riorganizzate, dando infine vita al “Consiglio Nazionale dei Paesi Ceco-Slovacchi” che si costituì nel giugno del 1916 e che rappresentò il primo e fondamentale passaggio per la realizzazione del programma d’indipendenza. Il Consiglio, la cui sede fu fissata a Parigi, aveva in Masaryk il suo Presidente, mentre vice-presidente era Josef Dürich, deputato al Parlamento di Vienna e a capo del Partito Agrario di Boemia. Edvard Beneš svolgeva le funzioni di Segretario Generale mentre Milan Rastislav Štefánik era designato quale rappresentante degli Slovacchi.

Il raggio d’azione del “Consiglio” era però momentaneamente limitato all’ambito politico e diplomatico, ma già a partire dall’anno seguente si sarebbe dotato di un proprio esercito, formato da volontari ed ex prigionieri catturati dai russi, che costituirono la legione Ceco-Slovacca di Russia, alla quale si aggiungeranno in seguito quella di Francia e, soprattutto, la legione Ceco-Slovacca d’Italia, che conterà alfine più di 85.000 effettivi i quali, interamente equipaggiati dal Nostro Paese, costituiranno il nucleo iniziale e fondamentale delle forze armate della Prima Repubblica.

Questo embrionale esercito Ceco-Slovacco, che prese inizialmente il nome di Legione Ceco-Slovacca d’Italia, sorse grazie ad una decisione del Governo italiano allora in carica, e nacque in Umbria grazie ad un’apposita Convenzione stipulata a Roma il 21 aprile 1918 tra il presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Vittorio Emanuele Orlando, e Milan Rastislav Štefánik, rappresentante del “Consiglio Nazionale dei Paesi Ceco-Slovacchi”. In base ad essa, i prigionieri austroungarici di etnia ceca e slovacca detenuti nei campi di prigionia italiani potevano, mediante apposita richiesta, entrare a farne parte.

Al comando degli ufficiali italiani essa si impegnò al fronte conteso agli austroungarici, al fianco delle nostre truppe. Dopo la fine ufficiale della Prima Guerra Mondiale, e più precisamente dal 27 dicembre 1918 (data dell’ordine operativo n° 1), sempre guidata da ufficiali italiani procedette alla conquista della Slovacchia che, dopo esser stata sottratta al controllo magiaro, entrò a far parte della neonata Ceco-Slovacchia.

Questo embrionale esercito, come sopra riportato, nacque in Umbria e, nonostante l’accordo relativo alla costituzione della legione risalga al 21 aprile 1918, il generale Andrea Graziani ricevette l’incarico di formare “Il Corpo Speciale di Volontari Ceco-Slovacchi” già dal 27 marzo e, per ciò che concerne la logistica, già dal 14 aprile era stato allestito in città il “Deposito Speciale Ceco-Slovacco” agli ordini del Generale Carlo Riveri con l’incarico di curare i rifornimenti, in particolare equipaggiamento, armamento, corredo e mezzi.


Foto 1 in alto: legionari cecoslovacchi a Foligno, caserma Vittorio Emanuela
Foto 2 qui sopra: Štefánik (secondo da sx) nei cortili della caserma a Foligno

I primi legionari arrivarono a Foligno il 22 aprile 1918, dove il generale Graziani pose la sede del Quartier Generale: dapprima nella caserma dell’Artiglieria ed in seguito nella villa “La Quiete”, per poi sistemarsi definitivamente nel celebre Palazzo Brunetti – Candiotti, oggi sede della famosa manifestazione della Quintana.

A Foligno confluirono immediatamente anche gli ufficiali italiani che avrebbero dovuto esercitare il comando, nonché i sottufficiali ceco-slovacchi che li avrebbero coadiuvati. Dal diario della Divisione risulta che il giorno 22 il Gen. Graziani tenne un discorso alla truppa ammonendola riguardo al fatto che:

«tra poco dovrete combattere insieme non solo per l’Italia, ma anche per la Ceco-Slovacchia».

In breve si costituirono quattro Reggimenti di Fanteria, il 31°, il 32°, il 33° ed il 34°, ciascuno di tre Battaglioni, più altre formazioni a complemento. A questi si aggiungerà in seguito il 35°, formato dai nuovi arrivi, più il 39°, chiamato in seguito Reggimento Esploratori.

In considerazione del fatto che non era stato possibile alloggiare nella sola Foligno l’eccezionale numero di militari, molti di essi furono spostati nei centri vicini, e più precisamente a Perugia, Spello, Assisi, Bastia Umbra, Santa Maria degli Angeli, Spoleto, Narni, Cesi, Bevagna, Montefalco, Campello sul Clitunno e Trevi.

Alla fine dei vari aggiustamenti, resisi necessarie per innegabili motivi logistici, la forza militare che avrebbe in seguito costituito l’esercito ceco-slovacco, risultò infine così composta e dislocata:

1. un Comando di Divisione

  • di stanza a Foligno, con a capo il generale Enrico Vitalini alle dipendenze del Comandante in Capo, il generale Andrea Graziani;

2. due Comandi di Brigata, così suddivisi:

  • Comando dell’11^ Brigata, dislocato a Perugia (dal 3 maggio) agli ordini del colonnello brigadiere1 Alfredo Gabrielli e, in seguito, comandato dal Generale De Vita;
  • Comando della 12^ Brigata, dislocato a Foligno agli ordini del Generale Luigi Sapienza;

3. quattro Reggimenti di Fanteria, così ripartiti:

  • il 31° agli ordini del Colonnello Luigi Ciaffi. Inizialmente a Foligno, il Comando fu spostato in seguito a Santa Maria degli Angeli. I suoi tre Battaglioni erano dislocati: il 1° a Bastia Umbra (comandato dal maggiore Bosio), il 2° a Perugia (comandato dal maggiore Renzo Giovanelli) ed il 3° a Santa Maria degli Ange­li;
  • il 32° ad Assisi comandato dal Co­lonnello Giulio Cravero. A Cravero (trasferito ad altro comando il 29 maggio 1918), succederà il Colonnello A. Conture. I suoi tre Battaglioni erano a Bevagna (il 1°), Spello (il 2°, comandato dal capitano G. Botterini) e Assisi (il 3°);
  • il 33° a Foligno agli ordini del Colonnello Riccardo Barreca. Il primo ed il secondo Battaglione erano di stanza a Foligno, mentre il terzo venne acquartierato a Beva­gna;
  • il 34° a Spoleto, comandato dal Colonnello Enrico Gambi. Ai Battaglioni furono assegnate le seguenti dislocazioni: il 1° a Narni (con distaccamento di compagnia a Cesi), il 2° a Spoleto ed il 3° suddiviso fra le cittadine di Trevi, Campello sul Clitunno e Montefalco;

4. un Reggimento di Artiglieria

  • il 6° a Foligno

5. un Ufficio Sanità

  • a Foligno. Dal 16 aprile fu diretto dal Colonnello Medico Luigi Virgili, coadiuvato da personale medico italiano e ceco-slovacco;

6. un Comando Carabinieri

  • a Foligno il Comando, mentre gli effettivi erano di stanza per una metà a Perugia e per una metà a Foligno;

7. un reparto motorizzato

  • il 113° Autodrappello, di stanza a Foligno, al quale venne aggiunta in seguito la 26^ Autosezione forte di 22 camion;

8. tre Compagnie di mitraglieri, così suddivise:

  • l‘ 8^ Compagnia di Divisione a Spoleto;
  • la 3^ Compagnia di Brigata a Foligno;
  • la 4^ Compagnia di Brigata a Spoleto;

9. una sezione Comunicazione e Telegrafo

  • la 144^ Compagnia dislocata a Foligno, composta esclusivamente da italiani.

Per la verità, al momento della loro costituzione i Reggimenti non avevano la numerazione dal 31° al 34°, ma dal 1° al 4°. La numerazione a partire dalla terza decina, per quelli formatisi in Italia, interverrà il 3 giugno 1918, a causa dell’unificazione formale dell’esercito ceco-slovacco tendente a raggruppare tutte le forze operanti in Russia (i cui Reggimenti sarebbero partiti dalla prima decina), Francia (numerali dalla seconda decina) e Italia, nonché quelle esigue che si stavano costituendo in Inghilterra e Stati Uniti, ma che non formeranno mai una legione. La compattazione dei quattro Reggimenti sopra menzionati, più il 35° ed il 39° Esploratori, permetterà allora la costituzione della VI Divisione, che sarà inserita nelle forze interalleate operanti sul fronte italiano.

Per problemi di comunicazione legati all’uso della lingua italiana, quasi tutti gli uffici, i reparti speciali ed ausiliari furono inizialmente formati da militari italiani: solo in seguito, ed in relazione alla capacità di disimpegnarsi nella lingua italiana, vi furono ammessi i militari ceco-slovacchi.

Il 29 aprile 1918 alla Divisione fu assegnato anche il 73° Reparto di Sussistenza, dotato di un treno, che per esigenze legate al conflitto in corso restò però in zona di guerra, prima a Fiorenzuola d’Adda ed in seguito a Campiglia dei Berici (Vicenza). Ai soldati ceco-slovacchi fu invece assegnato il Reparto Salmeria, incaricato del trasporto dei materiali (viveri, munizioni, armi di riserva) a dorso di mulo al seguito dei reparti di truppa. Dal diario della Legione risulta però che fosse difficile trovare gli effettivi per svolgere questa mansione, ritenuta dai più di scarso prestigio. A dispetto di ciò, dal 15 di maggio divenne comunque operativa la Salmeria collocata a Bastia Umbra: gli addetti erano i soldati meno giovani con esperienza di conduzione di animali da tiro.

Il 20 maggio giunse a Narni da Padula anche la banda dell’Esercito Ceco-Slovacco, che accompagnerà in seguito il 1° Battaglione del 34° Reggimento a Roma per la cerimonia del 24 maggio all’Altare della Patria.

Per esigenze speciali, alcuni reparti furono presto trasferiti: il 5 maggio un gruppo di militari partì per Collecchio (Parma), per l’addestramento con le maschere antigas fornite dagli inglesi; il 9 maggio alcuni ufficiali partirono per Milano per l’addestramento con i lanciabombe Stockes, mentre il 29 maggio un gruppo di 12 ufficiali e 396 soldati si recarono a Montecchio (Emilia) per l’addestramento con i lanciafiamme. L’addestramento per i mitraglieri si tenne invece alla scuola speciale di Brescia.

Per ciò che riguarda l’abbigliamento, i legionari disponevano di due uniformi: una da campo (verde) ed un’altra da lavoro (grigia). Per ciò che riguarda il copricapo, era loro concesso il privilegio di indossare il berretto da Alpino, lo stesso dei migliori reparti della guerra di montagna. Il berretto dei Legionari, però, aveva al centro l’effige di un falco 2 in luogo di quella dell’aquila 3.

Per ciò che atteneva invece all’armamento, per i fanti questo era costituito dal fucile modello 1891 (corredato dalla baionetta) e da un altro segno di privilegio, il pugnale degli Arditi 4, quello che all’epoca veniva considerato uno dei reparti di elite dell’esercito italiano. Gli ufficiali avevano in dotazione la pistola semi – automatica Glisenti mod. 1910 oppure l’automatica Brixia mod. 1913, derivata dalla prima.

Al 4 maggio 1918 la Legione contava:

  • 364 ufficiali (166 italiani e 198 ceco-slovacchi);
  • 11.473 soldati (1.235 italiani e 10.138 ceco-slovacchi);
  • 1.856 unità di bestiame (cavalli e muli);
  • 306 carri;
  • 26 mezzi motorizzati (automobili e camion), ai quali si aggiunsero in seguito i mezzi della 26^ Autosezione.

Ad essi si aggiunsero reparti speciali e di ricognizione.

Nell’imminenza e dopo la fine del conflitto l’Italia addestrerà, inquadrerà e rimpatrierà altri militari ceco-slovacchi, il cui numero totale assommerà, alla fine ad oltre 85.000 unità 5.

A fornire un resoconto oggettivamente adeguato di quello che fu il sostegno italiano alla costituzione della Ceco-Slovacchia, si riportano le parole che il capo della Missione Militare Ceco-Slovacca in Italia, Ján Šeba, pronunciò a guerra finita nel 1919:

«Per gli aiuti concessi al nuovo Stato, di speciale entità è la prova di solidarietà e di amicizia data dall’Italia nell’organizzare e armare un esercito di 60.000 6 Ceco-Slovacchi. Un tal fatto resterà memorabile nella storia della Repubblica Ceco-Slovacca e se presentemente non gli si dà forse tutta quella importanza che merita, certo in futuro determinerà uno dei più tenaci legami che congiungeranno fra di loro fraternamente gl’Italiani e i Cecoslovacchi». 7

Lamberto Ferranti

 


Note:

1 Nel corso della Grande Guerra, il Regio Esercito adottò, per indicare i colonnelli incaricati del Comando di una Brigata, il grado di colonnello brigadiere che, verso la fine del conflitto, mutò in brigadiere generale così da poter essere inserito nella categoria degli ufficiali generali. Per tale motivo, nei vari documenti l’alto ufficiale Alfredo Gabrielli viene definito talvolta generale, altre volte colonnello brigadiere. Durante la sua permanenza a Perugia, le cronache lo indicano effettivamente con quest’ultimo grado.

2 Il falco (Sokol in lingua boema) era l’emblema dell’Associazione Sportiva “Sokol” (tuttora esistente).

3 Che si richiama a quella delle Legioni Romane, dalle quali l’aquila era considerata “fedele interprete dei voleri del padre Giove”.

4 Corpo Speciale d’assalto, era formato dai soldati più temerari che si lanciavano alla conquista delle trincee nemiche ingaggiando spesso furiosi corpo a corpo, utilizzando soprattutto granate e pugnali.

5 Gotti Porcinari, Giulio Cesare, Coi legionari cecoslovacchi al fronte italiano ed in Slovacchia, Roma, Edizioni Ufficio Storico del Comando del Corpo di Stato Maggiore, 1933 pag. 98.

6 Il conteggio di Ján Šeba non considera i militari ancora in Italia ed in procinto di rientrare in Patria.

7 Giovanelli, Renzo, e Bongiorno Tasca, Giuseppe, Dov’è la Patria mia? – La causa cecoslovacca e l’Italia, Ravenna, Società Tipo-Editrice Ravennate e Mutilati, 1928, p. 110.


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La Legione Ceco-Slovacca d’Italia nel processo di formazione della Ceco-Slovacchia
Lamberto Ferranti
Morlacchi 2018
Pagine: 600, illustrato, rilegato
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L’ onore di un uomo è la sua libertà. La Legione ceco-slovacca dall’Umbria a Praga e Bratislava
Lamberto Ferranti
Morlacchi 2019
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