30 anni fa la caduta del Muro di Berlino. Un crollo politico, non fisico

Il Muro di Berlino non c’è più da trent’anni, più di quanto non fosse durato. Per chi è troppo giovane per averlo visto in funzione, con il campo minato e i Vopos sulle torrette pronti a sparare su eventuali fuggiaschi, è difficile immaginare l’orrore che si provava a guardarlo e l’entusiasmo che suscitò il suo smantellamento. Oggi si usa il termine ‘caduta del Muro’ (anche in tedesco: Mauerfall) come sinonimo di fine dell’impero comunista e della Guerra Fredda, un processo che in realtà si sviluppò dal 1988 alla fine del 1990. Quel 9 novembre del 1989 ci fu in effetti un crollo: il crollo della volontà della dirigenza tedesco-orientale di tenere imprigionato con la forza tutto un popolo. Il Muro in sé, o meglio quella complessa fortificazione lunga circa 160 km che divideva non solo le due metà della città, ma isolava Berlino Ovest anche dal territorio circostante, non fu demolito né quel giorno né nelle settimane successive: il tratto più conosciuto, davanti alla Porta di Brandeburgo, in dicembre; il resto nella seconda metà del 1990, e per quanto concerne la frontiera con la Ddr i lavori si protrassero sino alla fine del ’91.

Non un crollo fisico, ma un crollo politico
Qual è allora l’avvenimento che verrà rievocato il 9 novembre? Quella sera successe semplicemente che una dichiarazione estemporanea di un dirigente politico venisse interpretata come un segnale di apertura immediata del confine, cosicché la popolazione si concesse una inebriante passeggiata nei settori occidentali, per poi tornare – salvo qualche eccezione – alle proprie case. Nelle settimane successive vennero aperti nuovi varchi e liberalizzato il passaggio, ma il requisito del visto di uscita non fu subito abolito. I punti in cui i blocchi di cemento erano stati picconati – un gesto simbolico – vennero riparati.

Ma se non fu un crollo fisico del Muro, quello del 9 novembre; fu un crollo politico, che innescò una più ampia frana. A minare le fondamenta dell’edificio era stato il concorso di quattro fattori: la crisi economica, a lungo mascherata, che imponeva a Berlino-Est come a Mosca di negoziare aiuti occidentali; la decisione di Mikhail Gorbaciov di riformare il mondo comunista cercando di evitare fughe in avanti, ma, in caso di sbandate, astenendosi dall’uso della forza; il più audace riformismo dei polacchi e ungheresi; e la spinta migratoria dei tedeschi orientali, esplosa appena le maglie della cortina di ferro cominciarono ad allentarsi. Quest’ultimo aspetto, non dimentichiamolo, è stato determinante.

Il processo che portò alla caduta del Muro
Il disgelo in Europa Orientale era iniziato nel 1988 con l’insediamento in Ungheria di un governo decisamente riformista e con i fermenti della società civile in Polonia, che avrebbero portato all’inizio di giugno del 1989 a libere elezioni, perse dai comunisti. Nel maggio 1989, mentre il presidente Usa George Bush proclamava l’obiettivo di una Europa “whole and free”, il governo ungherese aprì la frontiera verso l’Austria. La libertà di emigrare non si applicava ai cittadini della Ddr, che tentarono di approfittarne: molti vennero rimpatriati o internati; i più fortunati riuscirono a rifugiarsi nell’Ambasciata della Rfg a Budapest, ad agosto erano già migliaia.

Il 10 settembre il governo Nemeth, stanco di far da carceriere per conto del dittatore di Berlino-Est, consentì il deflusso dei tedeschi. La Ddr reagì chiudendo quella via di uscita, con la collaborazione delle autorità cecoslovacche. Il flusso si riversò quindi sull’Ambasciata della Rfg a Praga. Alla fine di settembre nei giardini di Palazzo Lobkovitz si accalcavano da 4 a 5 mila rifugiati. Se si considera che dopo il golpe di Pinochet l’Ambasciata d’Italia a Santiago dovette far fronte ad enormi problemi logistici per ospitare alcune centinaia di richiedenti asilo (fino a 250 contemporaneamente), ci si rende conto dell’insostenibilità di quella situazione. Il ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher, dopo consultazioni con i colleghi americano e sovietico a New York, riuscì a convincere il tedesco-orientale Oskar Fischer che bisognava trovare urgentemente una soluzione, e che non poteva essere la deportazione forzata nella Ddr.

I treni sigillati e le manifestazioni di piazza
Il 30 settembre Genscher si affacciò al balcone dell’Ambasciata e annunciò la fine del braccio di ferro. Per superare le resistenze di Erich Honecker aveva dovuto accettare che i rifugiati tornassero pro forma nella Rdt, sia pure solo in transito. Quella trovata dei treni sigillati diretti in Germania occidentale fu per il regime un auto-gol, perché al loro passaggio suscitarono grandi manifestazioni di simpatia.

Fu l’inizio di una serie di manifestazioni di piazza, sempre più numerose. Il 7 ottobre Gorbaciov presenziò ai festeggiamenti per i 40 anni della Ddr e fu acclamato dalla folla; in quell’occasione ammonì Honecker che la storia punisce chi resta indietro; il dittatore non se ne dette per inteso, ma gli altri gerarchi capirono l’antifona. In occasione della grande dimostrazione del 9 ottobre a Lipsia, una chiara sfida al regime, non eseguirono l’ordine di usare il pugno di ferro. La mancata repressione incoraggiò nuove manifestazioni di massa. Ottenuta la luce verde da Mosca, il 17 ottobre i riformisti deposero il dittatore. Fu il suo “25 luglio”.

Dalla fine di Honecker alla caduta del Muro
Il successore, Egon Krenz, si allineò alle raccomandazioni di Gorbaciov: fare le riforme, puntare a un socialismo dal volto umano, allentare la pressione liberalizzando i viaggi (errore fatale, dal loro punto di vista). Il 4 novembre, giorno della più imponente manifestazione a Berlino-Est, ripristinò la libertà di viaggiare verso l’Ungheria attraverso la Cecoslovacchia. Un progetto di legge che avrebbe liberalizzato il passaggio di tutte le frontiere previo ottenimento del visto di uscita doveva essere sottoposto al Parlamento prima di Natale.

Il 9 novembre fu approvato dal Comitato Centrale. In conferenza stampa un giornalista italiano, il corrispondente dell’ANSA da Berlino Est Riccardo Ehrman, chiese a Guenter Schabowski, membro del Politburo, quando sarebbe entrato in vigore. Preso alla sprovvista, il malcapitato rispose: da subito. Immediatamente si mise in moto l’ondata di folla in direzione del punto di passaggio: le guardie di frontiera non sapevano se e come arrestarla. Una svolta storica che doveva venire, ma si verificò quel giorno, e in quel modo, per un malinteso.

(Francesco Bascone, Affarinternazionali)

Foto Aad van der Drift cc by
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