Sottrazioni di minori, la Slovacchia continua a non rispettare la normativa internazionale

Una recente modifica di legge, sulla quale l’ex Presidente Kiska aveva inutilmente posto il veto ma che è passata comunque in Parlamento, può di fatto ritardare il ritorno dei minori a tempo indeterminato nel loro paese di origine. Una legge, in vigore da giugno, alla quale si sono opposte invano 13 ambasciate straniere, tra le quali l’Ambasciata d’Italia e quelle di Stati Uniti, Germania, Spagna, Ecuador e Regno Unito per il suo dettato che legittima le sottrazioni internazionali di minori.

La questione riguarda i casi giudiziari di bambini che sono stati sottratti a uno dei genitori quando l’altro – spesso la madre – ha deciso di fare ritorno in Slovacchia dopo un periodo all’estero, portando con sé il minore. Della cosa si è occupata nelle scorse settimane anche la Fondazione Fermiamo la corruzione (Nadácia Zastavme korupciu), cui si sono avvicinati nei mesi scorsi diversi genitori che, dopo aver rotto i rapporti con il partner, si sono trovati a dover combattere per l’affidamento dei figli. Lamentano di essere stati a lungo inascoltati, chiamano la polizia e fanno causa all’ex coniuge, parlano persino di bustarelle e conoscenze ma non riescono nemmeno a vedere i loro figli. La Fondazione, che ha realizzato un lungo video per spiegare come funzionano le cose in Slovacchia in questo campo, tra strane coincidenze, conflitti di interesse e violazioni dei diritti dei minori, ne illustra l’evidenza soprattutto sotto un’ottica internazionale.

Nemmeno le sentenze di un tribunale slovacco per ordinare l’obbligo di incontri settimanali con i minori, o il loro ritorno al genitore cui sono stati sottratti hanno nessun esito, e i suddetti genitori spesso non riescono a vedere o almeno a parlare al telefono ai propri figli per anni, senza una ragione legale che sostenga tale impedimento. Tra le ragioni c’è l’inerzia delle autorità preposte, la pigrizia degli agenti di polizia o il comportamento poco empatico di chi indaga sui casi, i servizi sociali che non funzionano, pareri di “esperti” scritti senza nemmeno vedere il bambino o entrambi i genitori, giudici compiacenti o poco competenti, poco rispetto delle procedure ma anche funzionari responsabili che spesso non valutano realmente l’interesse del bambino ma piuttosto quello di uno solo dei genitori. Addirittura, in alcuni casi ci sono state sentenze della Corte suprema che non hanno avuto nessun effetto pratico per i genitori, abbandonati a sé stessi. In questo articolo si racconta ad esempio la storia di Roberto, padre spagnolo che viene regolarmente in Slovacchia per vedere la figlia, al quale però l’incontro viene impedito da anni, sebbene la giustizia si sia schierata dalla sua parte. Quel che succede a lui, tuttavia, è molto simile a quanto accade ad altri genitori, anche italiani, che non riescono a far valere i propri diritti – né quello dei figli.

La nuova regolamentazione, dicono alla Fondazione, è in conflitto con le normative internazionali, che si devono applicare anche in Slovacchia. Ad esempio, la cosiddetta Convenzione dell’Aia prevede il ritorno del bambino nel suo paese d’origine il più rapidamente possibile, entro un periodo massimo di sei mesi. Ma la legge slovacca approvata prima dell’estate consente al genitore slovacco di ritardare ripetutamente il ritorno del minore con mezzi legali straordinari. L’Ambasciata degli Stati Uniti ha affermato di voler continuare a invitare le autorità slovacche a conformarsi efficacemente alla Convenzione dell’Aia in conformità con gli obblighi internazionali, e crede che l’emendamento avrebbe dovuto essere fermato già dai funzionari statali prima o dai deputati durante il processo di approvazione.

L’emendamento, afferma la Fondazione, è stato presentato dai deputati indipendenti Martina Šimkovičová e Peter Marček, eletti nel 2016 nella lista del partito Sme Rodina che poi hanno abbandonato per dare il loro sostegno esterno al governo. Šimkovičová, peraltro, fu eletta (inaspettatamente, dice la Fondazione), presidente della commissione parlamentare per i Diritti umani. La modifica della legge non è però uscita dalla dalla penna dei due parlamentari, ma da quella di un noto studio legale che si occupa di controversie dei genitori sui figli, molto spesso a livello internazionale, difendendo gli interessi dei cosiddetti “sottrattori”. Il titolare dello studio, Andrej Gara, conosce da tempo Šimkovičová, e si è occupato del suo divorzio e delle disposizioni sui figli.

Lo studio Gara fu peraltro favorito in una causa di conflitto sull’affido dei figli da una dichiarazione di Marica Pirošíková, funzionaria del ministero della Giustizia, in veste di rappresentante della Slovacchia presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che il capo di Sme Rodina Boris Kollar aveva sollecitato. La dichiarazione affermava la necessità di sentire e valutare le ragioni del genitore che impedisce il contatto dei minori con l’altro genitore prima di emettere qualunque sanzione, e anche di valutare i motivi per cui il bambino stesso non voleva vedere l’altro genitore. Secondo la Fondazione i rapporti “professionali” tra Gara e Pirošíková sono di lunga data.

Ma lo stesso Gara viene spesso menzionato anche in relazione a un’altra funzionaria, più influente, che si occupa di diritti dei bambini. L’ex ministra del Lavoro, Affari sociali e Famiglia Viera Tomanová, che nel dicembre 2015 è stata nominata dal Parlamento commissario (garante) per l’infanzia, un mandato che scade nel 2021. Una nomina contestata dalle organizzazioni non governative che si occupano di bambini, che si attendevano la designazione di un funzionario proveniente dalla società civile. La Fondazione insinua che l’ufficio della Tomanová «in qualche modo trascura» i casi di bambini contesi in cui uno dei genitori è difeso dallo studio legale sopranominato. Forse una coincidenza, ma tant’è. Viene citato anche il caso, finito sui giornali perché anche di rilevanza politica, di un bambino di madre ecuadoriana tenuto in Slovacchia dal padre malgrado una sentenza del tribunale slovacco in senso contrario. Alla madre all’estero è però impedito alcun contatto con il bimbo.

All’inizio di quest’anno la deputata slovacca Natália Blahová aveva ammesso le ragioni dell’Italia per il mancato rispetto delle sentenze in materia di affido, dopo che il senatore Pillon aveva lamentato in aula il fatto che i tribunali slovacchi non si curano di se e come vengano adottati i loro verdetti nei casi di minori detenuti illegalmente in Slovacchia. La deputata notava che in effetti in Slovacchia le corti che stabiliscono il ritorno di bambini alle cure di un genitore o tutore legale, non si preoccupano di far rispettare l’ordine giudiziario con la forza – ovvero con l’intervento di poliziotti e assistenti sociali – nel caso l’altro genitore si rifiuti di consegnare il minore. Eppure la legge prevede proprio per questi casi l’esecuzione forzata del verdetto.

Ogni anno in Unione europea ci sono circa 140.000 divorzi internazionali e circa 1.800 casi di sottrazione di minore da parte di un genitore. Una revisione del regolamento Bruxelles II bis decisa dal Consiglio UE nel giugno di quest’anno prevede che i minori sottratti rientrino in tempi molto più rapidi nel paese dove questi erano soliti vivere, metnre i minori abbastanza grandi da avere opinioni proprie avranno la possibilità di esprimersi in tutti i procedimenti che li riguardano.

Nel novembre 2017 la Corte europea per i diritti umani (CEDU) di Strasburgo aveva condannato la Repubblica Slovacca per la mancata esecuzione “in modo effettivo e immediato” di un provvedimento di ritorno del minore da parte delle autorità giudiziarie slovacche. Il caso si trascinava dal 2011 ed è passato da diversi livelli di giudizio senza effetto alcuno per il genitore di origine slovacca residente in Irlanda, cui sono stati sottratti i due figli (entrambi con cittadinanza irlandese) dalla moglie slovacca rientrata in patria.

Intanto, sempre sul fronte Italia, si è tenuta qualche giorno fa al ministero degli Esteri la quarta riunione della Task Force Minori Contesi del 2019. Buona parte dell’incontro, presieduto dalla direzione generale per gli Italiani all’Estero – con la partecipazione di funzionari dei dicasteri dell’Interno e della Giustizia – è stata dedicata, si legge sul sito della Farnesina, «ai casi di bambini illecitamente condotti in altri paesi da un genitore senza il consenso dell’altro e resi irreperibili. Si sono così individuate concrete azioni sinergiche tra i tre ministeri, con il fondamentale coinvolgimento della rete diplomatico-consolare nei paesi interessati e delle autorità locali, affinché i minori scomparsi possano quanto prima essere rintracciati e siano ristabiliti i contatti con il genitore rimasto in Italia, in vista di un loro auspicato e rapido rientro nel nostro paese».

 

(Red)

Foto Mojpe CC0

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