Clima, cinque regole per un’industria europea CO2-free

La presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen ha affidato al suo vice Frans Timmermans l’ambizioso compito di attuare il Green new deal, asse portante delle politiche proposte dall’Esecutivo di Bruxelles. Partendo dall’obiettivo di diventare il primo continente climate-neutral entro il 2050 (se non prima), l’azione del vice-presidente esecutivo – che ha recentemente presentato un suo primo schema programmatico – andrà a pervadere tutta una serie di settori dell’economia europea, dal commercio all’agricoltura, dai trasporti alla blue economy, con un impatto notevole sullo stile di vita e le abitudini dei cittadini Ue.

Elemento cardine di questa rivoluzione copernicana – stranamente assente dalla proposta di Timmermans (nonché dal dl Clima approvato dal governo italiano) – sarà giocoforza il settore industriale, comparto nel quale gli effetti di una riconversione green possono essere dirompenti, tanto in positivo quanto in negativo.

Oltre Industria 4.0
Il settore industriale rappresenta all’incirca un quarto del prodotto interno lordo europeo. E nonostante i trend di de-industrializzazione, de-localizzazione e riconversione verso il terziario in atto in Europa, attualmente impiega ancora circa 50 milioni di persone su tutto il continente.

Una delle sfide esistenziali per l’industria europea è rimanere competitiva su scala globale, in un contesto in cui i maggiori concorrenti internazionali godono di vantaggi significativi in materia di vincoli salariali, ambientali e sociali. L’idea di un’Industria 4.0, incentrata sul ruolo dell’automazione e dell’integrazione di nuove tecnologie produttive per aumentare la produttività e la qualità degli impianti e creare nuovi modelli di business, va esattamente in questa direzione. Tuttavia questo approccio, se non superato, appare oggi quantomeno relegato a un ruolo parziale nel più complesso processo di trasformazione per l’industria europea.

L’industria, infatti, non soltanto ha la necessità di migliorare le proprie performances produttive per rimanere competitiva, ma deve allinearsi – e in un certo sensi diventare strumentale – agli obiettivi di completa decarbonizzazione cui l’Ue punta per il 2050. Il comparto – che include processi industriali, manifatturiero e costruzioni – contribuisce infatti a circa il 20% delle emissioni totali di CO2 in Europa, alle spalle del settore energetico (27%) e e di quello dei trasporti (24%). E, insieme a quest’ultimo, presenta le maggiori criticità in termini di decarbonizzazione, laddove sul fronte energia la penetrazione delle rinnovabili rende l’abbattimento delle emissioni un obiettivo più facilmente realizzabile.

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Foto PDP CC0

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