Autoritarismo competitivo, l’Europa orientale e la crisi democratica

Il concetto di “autoritarismo competitivo” è un concetto chiave per comprendere la situazione politica dell’Europa centro-orientale. L’autoritarismo competitivo è proprio di quei paesi in cui, pur esistendo una competizione politica (e quindi il connesso diritto di voto), essa è falsata dal partito al potere che utilizza tutte le leve a disposizione per rimanere al suo posto e impedire l’accesso al potere da parte delle opposizioni. Avvalendosi del potere giudiziario o legislativo, ma anche di quello poliziesco e mediatico, il gruppo che detiene il potere agisce per evitare che gli venga sottratto. In taluni casi, questo concetto è sostituito da quello di “democratura” a indicare la natura ibrida, tra democrazia e dittatura, di questi regimi.

L’Europa centro-orientale è il luogo ove questo concetto si applica più spesso, a volte anche impropriamente, poiché se è vero che in tutta la regione si assiste a fenomeni di regressione democratica, esistono tuttavia vistose differenze. Certo, quasi tutti quei paesi hanno avviato, dopo il 1989, percorsi di costruzione di uno stato democratico ma tali percorsi hanno seguito rotte diverse.

I paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) erano considerati esempi di una riuscita transizione alla democrazia. Da circa un decennio si constata però un’erosione e a un deconsolidamento del sistema democratico che procede a velocità diverse nei quattro paesi e che non ha sempre punti in comune. Tuttavia l’indebolimento dello stato di diritto e la costruzione di quella che chiamano “democrazia illiberale”, sono elementi diffusi in vario grado a tutti i paesi della regione.

I paesi dell’area carpatico-danubiana (Romania, Bulgaria, Moldavia) sono stati più che altro protagonisti di una transizione interrotta, abortita da classi dirigenti locali corrotte e irresponsabili. La Romania assiste da anni a uno sconfortante susseguirsi di politici rapaci e padronali, incapaci di incrementare il livello democratico del paese e anzi protagonisti di una regressione unica in tutto il continente. La Bulgaria da più di un decennio è in mano a una consorteria politico-mafiosa. La Moldavia ha recentemente individuato quale presidente della repubblica Igor Dodon, uomo vicino al presidente russo Putin e con il quale condivide la visione del potere. In generale, il paese soffre di faide interne, di violenza politica, della competizione di gruppi oligarchici che si contendono il potere.

I paesi dell’area balcanica, a seguito delle guerre jugoslave, si sono connotati per il ricorso costante a forme di nazionalismo e populismo. Queste nazioni, che si vogliono santificate dal sangue versato, sono state guidate da élites che hanno occupato lo stato e le sue istituzioni. Un contesto certo non propizio allo sviluppo del pluralismo. Anche tra questi esistono però differenze. La Croazia ha realizzato una democrazia proceduralmente corretta, benché ancora caratterizzata da scarsa inclusività e rispetto delle minoranze. La Serbia – saldamente in mano al voivoda di turno, oggi incarnato da quell’Aleksander Vucic che proclamò l’omicidio di massa dei musulmani di Bosnia, è vittima di una transizione abortita. La Macedonia e l’Albania stanno lentamente evolvendo il proprio sistema verso la democrazia ma le istituzioni restano molto rudimentali e lo stato di diritto ancora molto fragile. Il Kosovo e il Montenegro sono in mano a rispettivi gruppi di potere in stretta relazione con la criminalità organizzata. La Bosnia Erzegovina è un protettorato europeo gravato da una costituzione farraginosa e inefficace.

I paesi dell’area post-sovietica sono a loro volta molto variegati. Gli stati baltici hanno costruito sistemi democratici maturi e funzionali, benché restino alcune criticità. L’Ucraina, come la Serbia, ha assistito a una transizione abortita e le rivoluzioni del 2004 e del 2014 non hanno aiutato il paese a imboccare con passo sicuro la strada verso la democrazia, anzi hanno reso le istituzioni più deboli e preda di interessi oligarchici. La Bielorussia è l’ultimo regime autoritario duro presente in Europa. Nel Caucaso le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Georgia (2003) e Armenia (2018) hanno aperto a regimi semi-autoritari.

Le direttrici attraverso cui i paesi dell’Europa centro-orientale sono giunti a realizzare regimi ibridi sono quindi diverse. Diversità su cui è necessario insistere per non appiattirsi, come troppo spesso fanno i media generalisti, su definizioni onnicomprensive che opacizzano la realtà e non aiutano a capire. Nazionalismo e populismo sono fenomeni certamente in atto nell’Europa orientale, ma non bastano a spiegare se siamo di fronte alla fine del ciclo liberale, a una sbandata temporanea, a una tappa di una sviluppo mai lineare. Una tappa, tuttavia, in cui si assiste al diffondersi di modelli di società chiusa. Un tipo di società protetta che, secondo i suoi sostenitori, non sarebbe in conflitto con la democrazia. Ma di fatto lo è. Poiché in ogni fattispecie di società chiusa la protezione arriva al punto da sostituire il pluralismo con l’unica visione possibile, quella del partito al potere, pronto a limitare libertà e diritti costituzionali in nome del monopolio politico e morale sul paese e su persone, sempre meno trattate da cittadini e sempre più da popolo.

(Matteo Zola, East Journal cc by nc nd)

Illustr. ColiN00B/CC0

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