La nuova Commissione UE vuole la transizione energetica e meno carbonio

Sin dal suo discorso di presentazione al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen – la nuova presidente della Commissione europea – ha indicato la transizione energetica e la decarbonizzazione del continente europeo come prioritarie nell’agenda del suo esecutivo.

Le buone intenzioni europee
Anche se non sempre alle promesse politiche seguono i fatti – soprattutto in Europa dove bisogna far accordare 28 Stati  membri con interessi e posizioni politiche diverse ,- la nuova Commissione sembra fare sul serio sui fronti della transizione energetica e della decarbonizzazione per due motivi.

In primo luogo, la von der Leyen ha nominato Frans Timmermans – già candidato alla presidenza per i socialisti – come vice-presidente esecutivo con delega allo European Green Deal. Questa scelta rappresenta un punto di rottura rispetto al passato, perché attribuisce un chiaro mandato politico ed esecutivo alla creazione di un piano che renda l’Europa carbon-free entro il 2050, scorporando questo compito dalle responsabilità del commissario per l’energia e da quello per il clima.

Secondo motivo, le indicazioni date dalla presidente a Paolo Gentiloni, indicato dall’Italia e designato commissario per l’economia. Anche se Gentiloni dovrà occuparsi principalmente della stabilità dei conti pubblici degli Stati membri e del rispetto delle regole fiscali, la von der Leyen gli ha assegnato delle ambiziose riforme ambientali ed energetiche, nell’ottica della transizione energetica e della decarbonizzazione.

I nuovi finanziamenti green
Il punto di partenza è l’istituzione del Sustainable Europe Investment Plan, un nuovo programma europeo che dovrebbe accompagnare e complementare il nascente fondo InvestEU, con l’obiettivo di sbloccare investimenti privati fino a un trilione di euro in dieci anni per tecnologie e progetti sostenibili.

Questo piano segue l’annuncio di riforma della Banca europea degli investimenti (Bei) che mira ad abbandonare i finanziamenti alle fonti fossili, già ora quota minore del portafoglio della banca. La stessa von der Leyen ha auspicato che la Bei si trasformi in una climate bank, capace di spendere almeno metà dei suoi 70 miliardi di investimenti all’anno in progetti sostenibili in sintonia con la transizione energetica e la decarbonizzazione. I negoziati sono in corso e nelle prossime settimane sapremo se la riforma entrerà in vigore entro il 2021, come nelle intenzioni della von der Leyen.

Gentiloni dovrà anche contribuire a rivedere la direttiva sulla fiscalità dei prodotti energetici, vecchia di 15 anni. Secondo la Commissione, le vecchie regole ostacolano le nuove politiche ambientali e fiscali, dato che non esiste nessun legame tra le aliquote dei carburanti, il contenuto energetico e le emissioni di CO2. Inoltre, la tassazione e i sussidi alle fonti fossili sono un problema sempre più discusso sia per il loro impatto ambientale sia per l’incoerenza con cui vengono applicati in Europa. Secondo un recente studio, infatti, nessuno dei Paesi dell’Ue ha previsto una precisa riduzione né una graduale eliminazione di tali sussidi all’interno dei propri Piani Nazionali Energia e Clima da approvare entro l’anno. Addirittura, sembra che cinque Paesi – tra cui la Germania – abbiano l’intenzione di introdurre nuovi sussidi nei prossimi anni.

Cambio di passo
Infine, il futuro commissario all’economia è stato incaricato di redigere una proposta per introdurre una carbon border tax europea che applichi una tassa ambientale alle importazioni di beni nell’Unione. L’idea è quella di applicare dazi ai prodotti ad alta intensità energetica che provengono da Paesi extra-europei con politiche ambientali più permissive. Lo scopo principale è quello di aggiungere al prezzo del bene un costo per la CO2 emessa, come accade in Europa, assicurando in tal modo la competitività dell’industria europea, spesso svantaggiata nella scena internazionale per via degli alti standard ambientali del nostro continente.

Nei piani della Commissione questi dazi limiterebbero anche il fenomeno del carbon leakage, ossia la delocalizzazione di aziende europee in nazioni con politiche ambientali meno severe, con la conseguente perdita di posti di lavoro e maggiori emissioni. Dato che tali aziende dovrebbero poi pagare lo stesso prezzo per la CO2 prodotta come se la produzione avvenisse in Europa, l’incentivo ad andarsene sarebbe infatti minore.

L’idea di una tariffa ambientale è stata a lungo proposta da associazioni ambientaliste, da economisti e in più di un’occasione anche dal presidente francese Emmanuel Macron, soprattutto come corollario al mercato delle emissioni di CO2 in Europa (l’Emission Trading System – Ets). Nel 2018 se ne discusse anche al Parlamento europeo nell’ambito della revisione dell’Ets, ma la proposta naufragò prima ancora di arrivare in assemblea.
Il fatto che ora venga scritta nero su bianco come uno dei progetti della nuova Commissione, quindi, fa bene sperare.

La svolta entro pochi mesi
I prossimi mesi dunque indicheranno la serietà degli annunci della nuova Commissione: entro 100 giorni dall’insediamento dovrebbe essere presentato l’European Green Deal ed entro i primi mesi del 2020 sarà il turno della border carbon tax. Quest’ultima iniziativa, a detta di Gentiloni, verrà prima presentata ai maggiori partner commerciali internazionali con lo scopo di portare l’esempio di una carbon tax internazionale che sia in linea con le regole sul libero scambio della Wto, l’Organizzazione per il commercio mondiale.

Se le proposte politiche della Commissione rispecchieranno i livelli di ambizione, un primo importante passo sarà compiuto. A quel punto la vera sfida sarà trovare consenso tra le varie forze politiche e gli Stati membri.
Alcuni Paesi dell’Europa dell’Est sono già pronti a dare battaglia per rallentare la transizione energetica e il processo di decarbonizzazione entro il 2050 e proteggere le loro industrie e i loro impianti energetici, ancora altamente inquinanti.

(Pietro Quercia, Affarinternazionali.it)

Foto pixel2013 CC0

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