UE: la sfida di von der Leyen, includere e responsabilizzare

Vi è una sola consistente novità fra la futura Commissione europea e quella uscente di Jean-Claude JunkerUrsula von der Leyen, per tutti ormai UvdL, è riuscita nel suo obiettivo, dichiarato fin dall’inizio, di bilanciare in termini di genere il nuovo team. Oggi gli uomini sono 14 e le donne 13; prima il rapporto era di 19 a nove. Nella storia della Commissione, dal 1958 ad oggi, il genere femminile è stato al di sotto del 20% rispetto a quello maschile: 183 contro sole 35 donne. Non male, quindi, questo primo risultato.

Per il resto il nuovo Esecutivo di Bruxelles rispetta il diverso peso dei partiti politici nell’Unione europea di oggi con 10 socialisti (contro i precedenti otto), nove popolari (da 14), sei liberali (cinque) e un rappresentante dei verdi. Stranamente, nel generale ringiovanimento delle classi politiche, la media dell’età dei commissari sale a 55,9 anni contro i 53,4 della precedente Commissione.

La distribuzione delle competenze nella nuova Commissione
A lasciare un po’ più perplessi è lo sdoppiamento di alcune competenze sull’asse est/ovest a cominciare da quello sull’economia fra il già noto Valdis Dombrovskis, lettone, e l’italiano Paolo Gentiloni o, per quanto riguarda l’energia e l’ambiente, fra l’estone Kadri Simson e l’olandese Frans Timmermans o ancora sulla democrazia nell’Unione fra Vera Jourova della Repubblica Ceca e il belga Didier Reynders.

Non è tanto l’idea, tipica di una presidente tedesca, di mettere assieme rappresentanti dell’est e dell’ovest (vecchia e nuova Europa, verrebbe da dire) a preoccupare, quanto la possibilità per nulla remota di conflitti fra commissari sulle singole responsabilità. E’ vero che all’interno di questi tandem vi è una gerarchia da rispettare: infatti Timmermans e Dombrovskis sono vicepresidenti esecutivi e la Jourova vicepresidente, mentre gli altri tre sono semplici commissari. Ma ciò non esclude che possano nascere contrasti difficili da gestire nel caso di decisioni a cavallo fra le competenze condivise.

Includere e responsabilizzare: il tentativo von der Leyen
A ciò va aggiunta un’altra stranezza di questa Commissione. La von der Leyen ha infatti pensato di attribuire dei portafogli particolarmente sensibili ai rappresentati di quegli Stati membri che sono direttamente coinvolti nelle materie attribuite. E’ il caso di Gentiloni, responsabile dell’economia, che viene da un Paese a dir poco problematico sul rispetto delle regole di convergenza macroeconomica sulle quali dovrà vegliare.

O ancora la ceca Jourova che dovrà giudicare il rispetto dei valori e della regole democratiche messi a dura prova proprio all’interno del gruppo di Visegrad (vedi Polonia e Ungheria) da cui lei stessa proviene. Ciò vale anche per il responsabile dell’agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, il cui Paese è uno dei massimi beneficiari dei fondi comunitari del settore. Analogo discorso vale per l’ungherese László Trocsanyi cui è stata attribuita la delicata competenza dell’allargamento, che, guarda caso, potrebbe in primis riguardare i Balcani, area di vitale interesse per Budapest.

Rischi e opportunità
Sembra, in altre parole, che la von der Leyen abbia voluto seguire una strada di inclusione / responsabilizzazione dei rappresentanti di Stati direttamente coinvolti nelle tematiche loro attribuite, anche quando l’interesse nazionale da cui derivano possa essere in contrasto con le politiche dell’Unione. Sarà interessante vedere se una tale pratica potrà davvero funzionare, chiamando i Paesi problematici ad una maggiore attenzione verso gli interessi comuni dell’Unione.

Va anche osservato, di fronte a questa complessità e ai dubbi e alle difficoltà che essa che può generare, come la nuova presidente della Commissione abbia immaginato una diversa struttura della Commissione attraverso la creazione di una specie di comitato ristretto di presidenza con la partecipazione dei tre vice esecutivi, Timmermans, Margrethe Vestager e Dombrovskis, che la aiuteranno nel dettare le linee politiche agli altri commissari. In aggiunta essa ha nominato altri 5 vicepresidenti (non esecutivi) con il compito di coordinare le azioni dei commissari. Insomma una struttura verticistica piuttosto macchinosa che rischia di creare più problemi di quanti non ne potrà davvero risolvere.

Riformare l’Ue per non rischiare la frammentazione
La prossima tappa, come è noto, saranno gli hearings delle commissioni del Parlamento europeo con i singoli commissari e poi, dopo la conferma del Consiglio europeo di metà ottobre, l’avvio della nuova Commissione il primo di novembre. Sono quindi ancora ipotizzabili cambiamenti nella struttura e nelle competenze, senza contare che alcuni commissari, fra cui la stessa presidente, hanno pendenze amministrative e giudiziarie nei Paesi di provenienza o a livello comunitario derivanti dalle loro precedenti esperienze.

La parola fine non è quindi ancora scritta. Va tuttavia sottolineato come questa nuova Commissione abbia un compito che va ben al di là dei dubbi sulla sua struttura e sull’attribuzione delle competenze. Essa deve ridare “un volto umano”, come sottolineato dalla von der Leyen, alle politiche dell’Ue, ma soprattutto deve rilanciare per davvero un progetto federativo più convincente dell’attuale.

Non è possibile affrontare le prossime sfide dell’Unione, ambiente, tecnologia, democrazia, multilateralismo come indicato nel programma annunciato, senza istituzioni in grado di dare risposte rapide ed efficaci. Prima o poi, il dossier della riforma dell’Unione dovrà ritornare sul tavolo della nuova Commissione, altrimenti la frammentazione sarà alle porte. I prossimi mesi saranno quindi cruciali per vedere se questa convinzione riuscirà ad emergere: per ora non se ne vede traccia.

(Gianni Bonvicini, Affarinternzionali)


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