A che punto è l’inchiesta su Ján Kuciak e Marián Kočner. Si dimette un vice ministro

Il 19 agosto due procuratori della Procura speciale (USP) hanno informato i media con una conferenza stampa dalla sede di Pezinok (regione di Bratislava) sugli ultimi sviluppi dell’indagine sull’omicidio di Ján Kuciak e Martina Kušnírová. Secondo quanto riferito, il dossier potrebbe essere completato entro il mese di novembre, e subito dopo potrebbe iniziare il procedimento giudiziario presso il Tribunale penale specializzato. Gli avvocati degli imputati e di tutti i soggetti coinvolti possono vedere il fascicolo dall’inizio di settembre. Gli inquirenti hanno detto di volere rispettare il termine di novembre, in quanto il 27 novembre scadranno i provvedimendi di custodia cautelare dei principali accusati. Se tuttavia non si riuscisse a concludere l’indagine è quasi certo che la custodia verrebbe prorogata. Il processo dovrebbe vedere contemporaneamente alla sbarra sia il mandante Marián Kočner che i componenti del gruppo che ha materialmente organizzato il crimine – la basista Alena Zsuzsová, persona di fiducia di Kočner che per lui ha svolto diversi “lavori sporchi”, l’intermediario Zoltán Andruskó, l’autista Tomáš Szabó e il killer Miroslav Marček.

Se a quanto pare ci sono prove schiaccianti a carico dell’imprenditore Marián Kočner come mandante dell’omicidio del giornalista, non ci sarebbero tuttavia dimostrazioni di colpevolezza così solide nei confronti dello spregiudicato uomo d’affari per provare il suo ruolo nel caso degli omicidi pianificati dei procuratori Peter Šufliarsky e Maroš Žilinka e dell’avvocato ed ex ministro della Giustizia Daniel Lipšic. Kočner rimane tuttavia uno dei maggiori sospettati. Le ragioni per uccidere Žilinka risiederebbero nel fatto che egli stava lavorando a casi «direttamente collegati a Kočner». Mentre le motivazioni per gli altri due omicidi di Lipšic e Šufliarsky i motivi non sono così chiari, o sarebbero molteplici. La pianificazione dell’assassinio di Šufliarsky era già a buon punto, e il sostituto procuratore generale si è salvato soltanto perché la polizia ha arrestato Alena Zsuzsová e il resto del gruppo alla fine di settembre 2018. Mentre insieme a Žilinka sarebbero dovuti morire anche la moglie e i due figli.

Secondo notizie uscite oggi 3 settembre, l’esecuzione di Peter Šufliarsky avrebbe dovuto avere una grande eco mediatica: il piano era di fare esplodere una bomba dentro un bidone della spazzatura di fronte a casa sua, in puro stile mafioso, come in Slovacchia erano abituati a vedere nei terribili anni ’90 del secolo scorso. Lo ha riferito TV Markiza, che ha a disposizione un documento interno all’indagine in cui risulta che il numero due della Procura generale era stato pedinato tra giugno e settembre 2018, ovvero fino all’arresto del gruppo criminale che avrebbe dovuto mettere in scena l’omicidio. L’ordine di eliminarlo, partito nell’estate del 2018, era accompagnato da una taglia di 100.000 euro. All’ottobre del 2017 risalgono invece gli ordini per gli omicidi del procuratore Žilinka e dell’avvocato Lipšic. Se per la liquidazione del primo dei due erano stati offerti 70.000 euro, per Lipšic erano stati promessi 200.000 euro.

I procuratori della Procura speciale hanno inoltre confermato che stanno indagando sulle attività criminali in relazione all’omicidio di cui sono sospettati diversi rappresentanti delle autorità statali e giudiziarie. Nessun nome è stato fatto, ma uno dei due procuratori ha avvertito della probabilità che queste persone possano cercare di discreditare in tutti i modi diversi membri del team di indagine allo scopo di salvarsi. Questo soprattutto dopo che l’inchiesta ha portato alla luce informazioni e prove di «gravi attività illegali e criminali svolte da altre persone, compresi rappresentanti delle autorità statali». La decrittazione del telefono di Kočner – del quale i procuratori hanno detto di avere la certezza che si tratti del suo cellulare personale – ha procurato una mole enorme di prove, in particolare nelle chat scambiate con l’applicazione Threema salvate sul dispositivo mobile, ma non sono l’unica prova. I procuratori, rispondendo indirettamente alle critiche dell’avvocato Marek Para, che guida la difesa di Marián Kočner, ha detto che è l’autenticità dei messaggi è indiscutibile. Per difendere il proprio cliente, gli avvocati «possono mentire, inventare cose, possono dire qualsiasi cosa», ha spiegato uno dei procuratori, aggiungendo che Para ha avuto accesso a tutte le informazioni sul contenuto del cellulare appena è stato decodificato. Il telefono è stato consegnato alla polizia da Peter Tóth, che per Kočner aveva ordinato la sorveglianza di Ján Kuciak prima dell’omicidio e di altri giornalisti, che si è presentato agli inquirenti dopo l’arresto di Alena Zsuzsová. In ogni caso, i messaggi di Threema stanno solo confermando che è stato Kočner a ordinare l’assassinio di Kuciak, ma l’incriminazione dell’uomo d’affari risale a molti mesi prima.

Uno dei pubblici ministeri ha affermato durante la conferenza stampa che l’oligarca di Nitra Norbert Bödör, che ha scambiato numerosi messaggi con Kočner, avrebbe dovuto essere detenuto, ma il mandato di arresto ha dovuto essere annullato poiché Bödör era stato informato che la polizia stava per fermarlo. Secondo frammenti di messaggi pubblicate dai media, Kočner e Bödör avevano messo in piedi una sorta di organizzazione parallela composta da poliziotti, pubblici ministeri e giudici, che era al loro servizio, e vedeva il coinvolgimento di funzionari delle istituzioni e forse uomini politici, unendo per scopi puramente di profitto il “mondo di sopra” con il “mondo di sotto” – definizioni che abbiamo imparato a conoscere dall’inchiesta Mafia Capitale sulla gestione di certi affari nella capitale d’Italia, Roma. Marian Kočner non aveva avuto problemi a chiedere favori, anche dal carcere, al procuratore speciale Dušan Kováčik attraverso bigliettini di carta fatti uscire dal carcere grazie a Tóth.

Marian Kočner veniva regolarmente informato da agenti di polizia delle indagini sui casi che lo riguardavano. Ad esempio sull’inchiesta sulle cambiali di Markiza, per la cui falsificazione è stato arrestato nel giugno dello scorso anno, e anche del caso dell’omicidio di Kuciak e Kušnírová. Lo si evince dai messaggi scambiati giornalmente con Alena Zsuzsová. Da lì risulterebbe che Kočner era furioso di non poter controllare la Procura generale come faceva al tempo in cui era guidata dal suo amico Dobroslav Trnka. Cercava di mettere a capo della procura il procuratore René Vanek, e mandare a casa il PG Jaromír Čižnár e il suo vice Peter Šufliarsky. E quando Vanek si dimise dalla procura dopo lo scandalo che lo ha coinvolto per aver comunicato con Zsuzsová e non averlo detto ai superiori, è andato su tutte le furie.

Tra gli obiettivi di Kočner c’era anche la sopravvivenza del partito socialdemocratico Smer-SD, che dopo la crisi in seguito all’omicidio Kuciak lui avrebbe tentato di aiutare in diversi modi, per salvarsi la pelle da un potenziale cambio di governo. Aveva pure pianificato la creazione di un partito politico, che avrebbe dovuto fungere da specchietto per le allodole e attirare voti che avrebbe poi usato per sostenere Smer, oltre che garantirgli l’immunità parlamentare. Voleva scappare dalla Slovacchia, ma prima aveva bisogno di un altro po’ di tempo per sistemare alcune cose, ed assicurarsi una pensione più che dorata in qualche paese caraibico che non concede l’estradizione. «Finiremo tutti in prigione», aveva scritto in un messaggio inviato attraverso l’applicazione Threema quando aveva capivo che la situazione per lui si faceva incandescente. Ma quando fu arrestato, per falsificazione di cambiali (viene in mente Al Capone, arrestato per evasione fiscale), non se l’aspettava di certo. Si era presentato in tribunale con la consueta arroganza e una giacca sgargiante, e non sapeva che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica da uomo libero.

Ora le sue chat hanno messo in subbuglio l’intero mondo politico e istituzionale slovacco. Quello che i giornali slovacchi hanno pubblicato è sicuramente solo una piccola parte del materiale in mano agli inquirenti. Ma c’è comunque di che preoccuparsi. Il mese scorso è uscita la notizia di un incontro alle Maldive, di cui l’imprenditore ha scritto in una chat con la fedele Zsuzsová, con il presidente del partito Most-Hid, Bela Bugar, allo scopo di garantire l’appoggio di Most-Hid al governo nei giorni più caldi delle proteste di piazza del marzo 2018, quando ancora le salme di Kuciak e Kušnírová non erano state seppellite. Le spiegazioni di Bugar sul fatto che l’incontro è stato del tutto casuale (lui era in vacanza con la moglie) e che si sono solo scambiati un saluto senza discutere di niente in particolare non sono bastate a molti politici, che si aspettavano una migliore giustificazione. Bugar ha detto di avere incontrato Kočner in quella occasione per la prima e ultima volta in vita sua. In quei giorni Most-Hid stava valutando se uscire dalla maggioranza e pretendere nuove elezioni, come dalla piazza chiedevano i cittadini.

Dalle chat di Kočner sono usciti altri nomi della coalizione di governo, Robert Fico (Smer-SD) e Andrej Danko (SNS), con i quali egli era in contatto. Entrambi hanno negato con forza. Secondo le trascrizioni pubblicate da Dennik, Kočner aveva scritto ad Alena Zsuzsová di avere inviato a Danko materiali da usare in una discussione televisiva preparata da Peter Toth. Contatti con il presidente parlamentare erano stati presi, secondo i messaggi decrittati, da Zsuzsová e anche da un altro accusato, Zoltán Andruskó. Il capo di Smer-SD ed ex primo ministro Robert Fico ha negato lo svolgimento dei loro incontri come descritto nelle presunte trascrizioni. Certo, lui ha incontrato più volte Kočner in occasione di eventi pubblici, dato che era presente ovunque, ma mai nelle situazioni indicate nelle chat. Ad esempio, nell’aprile 2018 Kočner scriveva a Zsuzsová che sarebbe andato a fare una “visita a sorpresa” a Fico (chiamato con il nomignolo “Testa quadra”) “e dargli un calcio nel c…”. Nel replicare, Fico ha attaccato la stampa slovacca per dare credito a queste presunte trascizioni. Se qualsiasi cosa Kočner dica in sua difesa è automaticamente falsa, allora perché le affermazioni sull’ex premier dovrebbero essere vere? – si chiede Fico.

Allo stesso modo, la dirigenza di Smer-SD ha emesso una dichiarazione nella quale si nega che – al contrario di quanto rivelato dalle trascrizioni – Smer avesse cercato l’appoggio del Partito popolare Nostra Slovacchia (LSNS) dopo l’omicidio di Kuciak per rimanere al potere. Per favorire questo progetto, secondo Kočner, egli avrebbe disposto il respingimento presso la Corte suprema della mozione del procuratore generale Jaromír Čižnár per sciogliere l’LSNS. Anche lo stesso LSNS ha fatto una dichiarazione in questo senso.

E poi è uscito il nome di Monika Jankovská, segretario di Stato al ministero della Giustizia facente capo al partito Smer, che Kočner aveva definito nelle chat la sua “scimmietta” e per la quale ambiva al posto di ministro della Giustizia. Dai testi decodificati si evincerebbe che era grazie a Jankovská che Kočner aveva ottenuto una certa influenza all’interno del ministero. L’Agenzia nazionale anticrimine NAKA ha sequestrato il telefono cellulare della funzionaria, ma solo giorni dopo il rilascio di informazioni che la potevano mettere in allarme. Tanto che il telefono consegnato alle autorità era nuovo, e ovviamente non conterrà conteneva materiali interessanti per la polizia. Giorni dopo, il premier Pellegrini ha affermato che sul caso dobbiamo essere molto prudenti e agire in base alle prove, dicendosi tuttavia pronto a «prendere provvedimenti risoluti» non appena ci fossero conferme chiare del coinvolgimento di Jankovská nelle attività criminali di Kočner. Quasi tutta l’opposizione, intanto, ne chiedeva le dimissioni, e anche la presidente Zuzana Čaputová ha definito la posizione del segretario di Stato “indifendibile”. Il capo dello Stato ha affermato che la giustizia in Slovacchia è ormai diventata una merce qualunque che alcune persone sono in grado di comprare. Ma ora, ha detto, «I motivi personali devono lasciare il posto all’interesse generale», e ridare credibilità alle istituzioni.

Le pressioni degli ultimi giorni avevano portato il primo ministro Pellegrini a dichiarare che «tutti  sospetti [sull’operato di procuratori e giudici] devono essere spiegati e confutati, e devono essere prese tutte le misure possibili per aumentare la fiducia delle persone nella magistratura slovacca». Tuttavia, Pellegrini aveva tenuto una posizione morbida e forse troppo garantista nei confronti di Jankovská, e l’opposizione aveva ottenuto le firme necessarie per chiedere un voto di fiducia in Parlamento sull’operato del premier, che sarebbe dovuto essere calendarizzato a breve.

Oggi pomeriggio, infine, Monika Jankovská si è dimessa dal posto di segretario di Stato alla Giustizia. Lo ha fatto nel corso di una conferenza stampa all’ora di pranzo. Ha detto di essersi risolta a farlo su pressioni della sua famiglia, toccata in modo pesante dal «circo politico-mediatico». Negando le accuse che le sono piovute addosso in questi ultimi giorni, ha annunciato che  intende ritornare a fare il giudice: non vede alcun motivo per cui non dovrebbe. Non ha voluto dire se ci sarà la possibilità di un posto per lei nella lista di Smer alle elezioni parlamentari del 2020, una cosa che lei definisce prematura. Ha dichiarato che le sue dimissioni sono spontanee, e che nessuno l’ha costretta a farlo.

(La Redazione)

Foto FB/policiaslovakia

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