Antonino Vadalà a processo a Venezia, chiesti per lui 11 anni

I media slovacchi hanno riportato in questi giorni notizie giudiziarie risalenti a qualche tempo fa relativamente al processo sul traffico internazionale di droga nel quale il calabrese Antonino Vadalà, 44 anni, estradato dalla Slovacchia in Italia un anno fa, ha svolto un ruolo di primo piano. Secondo le informazioni che aveva diffuso a giugno il quotidiano “La Nuova di Venezia e Mestre”, Vadalà rischierebbe una imputazione per 11 anni e 4 mesi, contro i 16 inizialmente richiesti. Nell’udienza preliminare nel marzo di quest’anno, Vadalà aveva chiesto il rito abbreviato, come la maggior parte delle persone coinvolte, tutte in custodia e sulle quali pende una richiesta totale del sostituto procuratore Paola Tonini di 206 anni di carcere. Il giudice ha concesso il procedimento accelerato, che prevede uno sconto di pena di un terzo, a Vadalà e ad altri 17 imputati accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, ricettazione, riciclaggio e autoriciclaggio. Per alcuni, tra cui Vadalà, c’è anche l’aggravante mafiosa per i suoi legami con la ‘ndrangheta. Altri personaggi coinvolti hanno patteggiato pene più lievi. Inizialmente previsto per fine luglio, il verdetto è slittato e potrebbe essere emesso nel corrente mese di settembre.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, il ruolo di Vadalà è stato riconosciuto come «fondamentale nell’importazione dello stupefacente dal Sudamerica, andando anche direttamente in Ecuador per definire gli accordi con i trafficanti». La droga, cocaina 600 kg di pura al 99% arrivata tra giugno e dicembre 2015, che sul mercato avrebbe fruttato 60 milioni di euro, arrivava in Europa nascosta in carichi di frutta esotica e crostacei destinati a Lombardia e Veneto, con la complicità dei doganieri slovacchi “amici” di Vadalà. A capo dell’organizzazione era Attilio Vittorio Violi, affiliato alla ’ndrina Morabito di Africo, che impartiva gli ordini dal carcere attraverso “pizzini” (annotazioni su biglietti di carta) che consegnava alla moglie durante i colloqui settimanali.

Vadalà è stato arrestato una prima volta all’inizio di marzo 2018, poco dopo l’omicidio di Ján Kuciak e Martina Kušnirová, perché sospettato del crimine insieme a famigliari e affini. Il giornalista Kuciak si era occupato degli affari di Vadalà e degli italiani nella Slovacchia orientale (principalmente Michalovce e Sobrance), scoprendo strani traffici sui contributi europei a fondo perduto per agricoltura ed energia verde, e la presunta vicinanza di queste persone con la ‘ndrangheta calabrese. Vadalà fu poi rilasciato, come tutti gli altri, per mancanza di prove, ma riarrestato pochi giorni dopo su mandato internazionale della procura di Venezia con l’accusa di traffico di droga internazionale. Nel maggio 2018 la Slovacchia concesse l’estradizione per l’imputato, che da allora è in carcere in Italia.

Come già Kuciak aveva scoperto, l’imprenditore calabrese Vadalà aveva stretto da tempo legami con persone molto vicine al partito Smer-SD e al palazzo del governo. Solo qualche mese fa è stato assodato che tra il 2014 e il 2015 gli inquirenti italiani avevano intercettato ben 452 telefonate tra Vadalà e Maria Trošková, mentre era assistente personale dell’ex primo ministro Robert Fico (Smer-SD) con la carica di consigliere di Stato. In quel periodo Trošková, ex modella, che in precedenza era stata socia di Vadalà e sua fidanzata, aveva accesso agli incontri più delicati del primo ministro, e lo accompagnava anche in missioni all’estero di peso. I media slovacchi danno per certo che sarebbe stata anche l’amante del premier. Di sicuro, Fico l’ha protetta durante tutto il periodo in cui è stata al suo fianco, ma anche dopo le sue dimissioni dall’ufficio di governo.

Vadalà aveva anche stretto rapporti di affari e altro con Viliam Jasaň, già deputato Smer-SD, che dopo la mancata rielezione nel 2016 Fico aveva chiamato ad amministrare il consiglio nazionale di sicurezza, l’organo governativo che si occupa delle questioni più scottanti di sicurezza nel paese, dossier segretissimi che poche persone possono leggere. Anche in questo caso si tratta di una persona che aveva accesso illimitato al primo ministro.

Inoltre, Vadalà si vantava, secondo quanto riportato da un poliziotto infiltrato nell’organizzazione, di avere a libro paga in Slovacchia polizia, dogane, servizi segreti e pezzi del ministero dell’Interno. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica in base a notizie della Dia, la Direzione investigativa antimafia, esisterebbe anche una telefonata di Vadalà a Fico nel 2012, cosa che l’ex premier ha sempre negato. Una denuncia alla polizia presentata mesi fa dal deputato Ondrej Dostál (SaS) per chiedere che l’ex premier venga interrogato e sia aperta una indagine sulla telefonata è stata archiviata senza effetti alla fine di luglio.

Secondo i documenti visionati dalla giornalista Rai Maria Grazia Mazzola, la polizia slovacca sapeva fin dal 2013 che Vadalà ha costituito una cellula della ‘ndrangheta nella Slovacchia orientale, cosa confermata da un rapporto di Europol. Ma la polizia non avrebbe mai cominciato ad investigare sulla questione, o perlomeno si è rifiutata di rilasciare commenti sulla cosa. Delle attività degli italiani nell’est della Slovacchia ne aveva scritto anche in un rapporto il Servizio di intelligence slovacco (SIS), e le autorità non possono non avere saputo.

(La Redazione)

Foto FB

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