Big Data: come la nostra democrazia si è sgretolata con un click

Siamo in grado di viviere senza i social network? Chi di noi non può definirsi dipendente da Facebook, Google, Instagram, WhatsApp e gli altri giganti della rete? Sono in pochi coloro che hanno provato a disintossicarsi a riprendere il controllo, e ancora meno quelli che ci sono veramente riusciti. Siamo ancora convinti che queste compagnie tecnologiche operino per il sogno che si erano prefissati, cioè connettere le persone? Siamo rimasti così travolti dall’avvento dei social che ci siamo completamente scordati di leggerne i termini contrattuali. Ed ora agiamo come vittime inconsapevoli della stessa tecnologia, che lentamente ci sta allontanando gli uni dagli altri.

Da diverso tempo mi rivolgo questo genere di domande, ma dopo aver visto il film-documentario rivelazione di Netflix The Great Hack – Privacy Violata, le mie inquietudini sono letteralmente detonate, probabilmente assieme a quelle della maggior parte degli spettatori. La pellicola esamina tassello per tassello il maxi-scandalo della società inglese di analisi dati e comunicazione elettorale Cambridge Analytica avvenuto nel 2018, facendone parlare i protagonisti in prima persona – in primis le talpe Christopher Wiley e Brittany Kaiser – e risaltando l’impatto politico e sociale della vicenda. Nella fattispecie, la società acquisì informazioni personali di 87 milioni di persone tramite Facebook per utilizzarle a supporto di campagne elettorali e politiche, senza la minima autorizzazione per il suddetto scopo. Le informazioni servivano a profilare le persone in un’ottica politica, in modo da individuare le loro paure ed enfatizzarle con reclami mirati su Facebook, carichi di odio e indignazione, basate su gigantesche falsità – come la notizia secondo la quale la Commissione Europea avrebbe cancellato la richiesta di visto per la popolazione turca, così “incentivando la mobilità di criminali e terroristi” nell’UE. La ricostruzione del caso è piuttosto strutturata e narra le intricate responsabilità di Cambridge Analytica in svariate campagne elettorali in Paesi europei, sudamericani, africani, soffermandosi in particolare sulle collaborazioni con la campagna mediatica di Donald Trump nel 2016 e i rapporti con la frangia politica schierata per il Leave e guidata da Nigel Farage nel contesto della Brexit. La società è stata in seguito accusata e condannata per l’utilizzo improprio di dati personali che hanno influenzato le votazioni.

Uno dei meriti dei registi è quello di aver nuovamente spalancato la porta dell’opinione pubblica su questioni cruciali della vita moderna, ingiustificatamente poco trattate, che galleggiano nel subconscio delle persone, e prosperano grazie al nostro stato di perenne torpore sugli strumenti tecnologici. Eppure ne siamo circondati. Sappiamo che esistono e che sono potenzialmente pericolosi, ma non ne sappiamo misurare la magnitudine, e peggio ancora, non sappiamo fare nulla per fermarli. Sto parlando dei fenomeni quali la mercificazione dei dati personali, lo strapotere dei giganti hi-tech e delle compagnie di big data, e la relativa facilità con cui i dati possono essere sfruttati per fini propagandistici e politici. Fenomeni dei quali Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg. Tutte le nostre interazioni, le transazioni con la carta di credito, le ricerche online, le nostre posizioni, i nostri like, sono raccolti in tempo reale e collegati alla nostra identità, dando a qualsiasi compratore la possibilità di accedere alla nostra sfera intima. Stiamo parlando di un’industria da migliaia di miliardi di dollari all’anno, la cui commodity, i nostri dati, è diventata la risorsa più preziosa che esista sul pianeta, superando il valore del petrolio.

Dalle parole di Brittany Kaiser, negli ambienti di Cambridge Analytica, l’algoritmo di targeting dei profili “persuadibili” era considerato un’arma, e la bacheca di Facebook il campo di battaglia. Oggi Facebook non mette più in connessione le persone, quella era solo l’utopia iniziale. Adesso cercano di ottenere la maggior quantità di dati possibile, per venderla a coloro che vogliono prendere il controllo del tuo libero arbitrio. O, più semplicemente, manipolarti. La visione di questo film, per certi versi scioccante, ha già prodotto un riverbero di ripugnanza diffusa nelle persone, tanto da provocare un crollo nel numero di utenti di Facebook come mai era avvenuto nella storia della compagnia… Già. Sarebbe bello se queste parole fossero vere, ma non lo sono. Non c’è stato nessun effetto domino, nessun danno degno di nota incassato dalla compagnia dall’uscita del film, ad eccezione di un irrisorio tonfo nella quotazione azionaria, prevedibile e subito risolto.

Viviamo in un crittosistema dove i nostri comportamenti sono accuratamente predetti, il semplice fatto che ci arrivino pubblicità e annunci così precisamente calibrati sul nostro stile di vita, rappresenta l’evidenza che il meccanismo di targeting funziona, eccome. In questo contesto The Great Hack manifesta palesemente come l’autoritarismo odierno naviga indisturbato nell’oscurità delle piattaforme tecnologiche, comunicative, inficiando il nostro libero pensiero con fake newsMinacciando la sopravvivenza stessa della democrazia, lo svolgimento di libere elezioni in tutto il mondo, senza che il popolo se ne renda conto. E senza poter rintracciare e additare questo o quel colpevole, visto che non si presenta con un camion pieno di mazzette da distribuire ai futuri elettori. Non esagera la giornalista britannica Carole Cadwalladr quando sostiene che la nostra democrazia si è rotta, un secolo di conquiste democratiche, leggi e diritti elettorali sono improvvisamente stati infranti, spazzati via dalle nuove tecnologie, invenzioni straordinarie, ma che adesso si sono trasformate in scenedel crimine. Le nostre leggi non funzionano più, non riescono ad arrestarne il flusso devastante.

La tutela dei dati personali dovrebbe già essere considerata uno dei diritti fondamentali dell’uomo. A questo proposito si è battuto il professor statunitense David Carroll, uno dei protagonisti del film, il primo a denunciare Cambridge Analytica ai mass media, il primo a instaurare una guerra legale controla società semplicemente per aver richiesto che tipo di dati sulla sua persona avessero in possesso; domanda che non ha mai ricevuto una risposta. Così come non hanno ricevuto risposte i Parlamenti di nove nazioni, che hanno chiesto formalmente a Mark Zuckerberg di dare evidenza sui pacchetti di dati materia di scambio. Purtroppo poco si può di fronte al silenzio dei CEO di queste fortezze.

Zuckerberg e tutti i guru della Silicon Valley sono ormai complici del sistema criminale e sovversivo che si è imposto sui loro canali, e la storia li ricorderà per aver consentito tutto ciò, sotto i loro occhi patinati. I profili psicografici delineati grazie ai nostri dati virtuali sono il carburante con cui questi personaggi senza scrupoli stanno letteralmente lavando il nostro cervello attraverso i social. Se fino a qualche tempo fa grandi aziende con grandi budget utilizzavano questi dati per vendervi i loro prodotti e far sfacchinare i loro esperti di marketing, ora la questione ha preso una piega più preoccupante, essendo in gioco il nostro spirito critico. È successo per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, nel Regno Unito per il referendum sulla Brexit: qualcuno ancora crede di esserne estraneo in Italia?

(Marco Grisenti, Unimondo cc by nc nd)

Foto wynpnt CC0

Be the first to comment

Rispondi

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetto" nel banner a fondo pagina"

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.