Cambiamenti climatici, sono a rischio anche le specie più comuni

I cambiamenti climatici accelerano e la fauna non riesce ad adattarsi. A rischiare l’estinzione non sono solo animali esotici o lontano da noi, ma anche specie più comuni. Vi proponiamo la documentata analisi di Francesca Buoninconti, collaboratrice della rivista Micron.

Il clima cambia troppo velocemente e gli animali non riescono a tenere il passo. Non stiamo parlando delle specie che già sappiamo essere a rischio di estinzione, ma di quelle molto comuni e abbondanti, e perciò insospettabili. Così il capriolo (Capreolus capreolus), la gazza (Pica pica) o la cinciallegra (Parus major) potrebbero essere spazzati via dalla faccia della Terra proprio a causa dei cambiamenti climatici.
A lanciare l’allarme stavolta non è l’ennesimo studio singolo, ma una meta-analisi di oltre 10.000 paper scientifici appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e redatta da un team internazionale di 64 ricercatori.
Per studiare la capacità di “adattarsi” al clima il team ha tenuto conto di due fattori: la morfologia e la fenologia delle specie. La morfologia, è risaputo, varia in relazione al clima e alla latitudine, dalle dimensioni corporee, alla lunghezza degli arti, fino allo spessore del derma o di una pelliccia. Mentre la fenologia di una specie è l’insieme dei fenomeni e delle diverse fasi che si succedono nell’arco di una vita: la nascita, la riproduzione, l’involo per gli uccelli, il letargo o le migrazioni.
E dunque, per reagire al cambiamento climatico le specie animali hanno mostrato differenze nella morfologia? O cambiamenti nella fenologia? Si sono riprodotte prima o hanno modificato i tempi di migrazione? Proprio per rispondere a queste domande il gruppo di scienziati guidato da Viktoriia Radchuk, Alexandre Courtiol e Stephanie Kramer-Schadt del Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW) di Berlino ha esaminato oltre 10.000 studi, trovando però dati completi e soddisfacenti per dare una risposta definitiva solo per 17 specie. Tutte terrestri o volatrici. Più in dettaglio? Quasi tutti uccelli e il capriolo. Per altre 1400 circa ci sono solo dati parziali. E purtroppo i risultati della meta-analisi sono decisamente preoccupanti per due motivi.
Il primo è che gli animali rispondono al cambiamento climatico modificando più che altro la loro fenologia. Nelle regioni temperate, per esempio, l’aumento delle temperature è correlato con l’anticipazione di alcuni eventi biologici.
Ma tali risposte adattative – affermano gli autori – sono generalmente insufficienti per far fronte alla rapida impennata delle temperature e talvolta vanno persino nella direzione sbagliata. Un esempio? I citelli della Columbia (Urocitellus columbianus), scoiattoli di terra nordamericani, ritardano il loro risveglio dal letargo, mentre invece dovrebbero anticiparlo. Così facendo non riescono a cogliere la primavera in anticipo per via dei cambiamenti climatici. Gli uccelli, invece, provano a deporre prima le uova o a migrare più in fretta riducendo la durata delle soste durante il percorso. Così facendo, però, rendono il lungo viaggio ancora più rischioso e arrivano – se arrivano – debilitati.
Dall’analisi, quindi, è emerso che il riscaldamento globale non ha influenzato in modo sistematico i tratti morfologici di queste specie, come dimensioni e massa corporea, ma solo la tempistica degli eventi biologici, come la riproduzione e la migrazione, che avvengono in anticipo rispetto al passato. Nonostante l’impegno, però, i cambiamenti messi in atto dagli animali per star dietro al climate change stanno avvenendo troppo lentamente.
E tra chi ne risentirà nell’immediato futuro ci sono anche specie oggi molto comuni, come la cinciallegra, il capriolo, la gazza, e persino la balia nera (Ficedula hypoleuca), la “regina delle faggete vetuste”. Specie di norma considerate abbastanza “brave” nel rispondere ai cambiamenti climatici. […]

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Foto Pexels CC0

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