200 mila euro di debito tra stipendi e contributi per l’italiana I.C.A di Svidník

La società italiana I.C.S di Svidník non ha pagato oltre 200 mila euro di salari e Tfr ai dipendenti dopo la fine della produzione e il trasferimento della produzione dalla Slovacchia alla Serbia. Lo afferma il sindacato KOVO che annuncia la presentazione di una causa contro il datore di lavoro e una denuncia penale alla polizia. Secondo le informazioni diffuse dal sindacato, la società italiana che fa capo alla Facis S.p.A di Milano e che in loco produceva abiti da uomo, aveva annunciato il licenziamento di un centinaio di dipendenti a febbraio, e altri 31 lavoratori hanno ricevuto la lettera di rescissione del contratto a maggio. L’impianto slovacco, nel quale l’attività produttiva non era stata giudicata sufficientemente redditiziea, dovrebbe essere trasformato in un magazzino logistico in cui centralizzare la produzione dell’Europa orientale, che ora viene assicurata da fabbriche dislocate in Serbia e Bulgaria.

Nello stabilimento di Svidník rimangono solo quattro dipendenti amministrativi, che si occupano della chiusura dell’attività. Nel mese di giugno la società italiana avrebbe pagato solo il 10% degli stipendi dovuti, e ancora niente per il trattamento di fine rapporto che per i sindacati dovrebbe valere in media 4 mesi di salario. Il salario medio netto in azienda si situava tra 450 e 480 euro. Oltre al buco lasciato per le retribuzioni, la I.C.A avrebbe lasciato anche un debito di 90 mila euro nei confronti dell’ente previdenziale. I sindacati hanno inoltre presentato ieri una denuncia all’Ispettorato del lavoro per indagare sulle violazioni del codice del lavoro da parte dell’azienda.

L’8 agosto è convocata una riunione di tutti i lavoratori – quasi totalmente donne – che hanno pendenze con la società. Nel frattempo, pare che una cinquantina delle cucitrici che hanno perso il lavoro all’I.C.A. abbiano già trovato un impiego in altre imprese della zona, mentre le altre sono iscritte all’ufficio di collocamento in cerca di occupazione.

(Red)

Foto Pxhere CC0

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