Hiroshima e Nagasaki: il ritorno del nucleare e il dovere della memoria

Di Carlo Trezza, ISPI – Gli anniversari del primo impiego dell’arma atomica a Hiroshima il 6 agosto del 1945 (vedi foto) rischiano di cadere nell’oblio. I sopravvissuti alla tragedia (hibakusha) si contano ormai sulle dita delle mani e il clima internazionale attuale è meno propizio a siffatte commemorazioni. Quella che ebbe luogo nel 2015 per marcare il 70mo anniversario fu deludente e passò quasi inosservata. Maggiore eco ebbe l’anno successivo la storica visita del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nella città giapponese, la prima di un presidente americano, e il discorso magistrale che egli pronunciò in tale occasione. È poco probabile che il suo successore segua il suo esempio.

Furono oltre 100mila le vittime che persero la vita a Hiroshima e molti di più i feriti, gli ustionati e gli esposti alle radiazioni che perirono successivamente. Tre giorni dopo, il 9 agosto, analoga sorte toccò ai cittadini di Nagasaki. Il numero delle vittime fu allora inferiore (circa 80mila) benché l’ordigno fosse più potente: le colline della la città fecero da scudo. Il simbolismo nei due casi può essere intrepretato diversamente: con Hiroshima si ricorda il primo impiego dell’arma atomica, con Nagasaki se ne può evocare l’ultimo impiego. Non sono mancate tuttavia da allora le occasioni in cui l’umanità si è trovata sull’orlo della catastrofe nucleare. Se Hiroshima viene ancora oggi da alcuni giustificata per aver accelerato la capitolazione del Giappone evitando ulteriori massacri, è assai più difficile trovare analoghe giustificazioni per il successivo annientamento di Nagasaki.

Le vittime dell’arma nucleare sono state nella stragrande maggioranza giapponesi ma occorrerebbe aggiungere alla lista gli stranieri soprattutto coreani che si trovavano nelle due città e tutti coloro che nei decenni successivi persero la vita o patirono grandi sofferenze a seguito delle oltre 2000 esplosioni atomiche sperimentali, molte delle quali effettuate nell’atmosfera.

Il rischio di un impiego dell’arma nucleare, lungi dall’attenuarsi, si sta accrescendo. L’“orologio dell’apocalisse” istituito dagli scienziati del Bulletin of Atomic Scientists di Chicago segna oggi una distanza dall’apocalisse analoga a quella dei momenti più tesi della guerra fredda. Tutti i paesi nucleari stanno ammodernando i propri arsenali atomici per renderli più efficienti e più facilmente utilizzabili e si vanno diffondendo le tecnologie per intercettarle e quelle per sfuggire alle intercettazioni: si ritorna insomma alla spirale del riarmo che portò negli anni ottanta allo schieramento di 60.000 testate atomiche, una cifra da capogiro se si pensa che ne basta qualche centinaio per rendere invivibile il nostro pianeta.

Ancora più preoccupante è il fatto che anziché progredire sulla via della stabilità strategica si stanno facendo passi indietro. Coincide proprio con l’anniversario di Hiroshima di quest’anno la formalizzazione definitiva del ritiro degli Stati Uniti dal Trattato INF sulla proibizione delle armi nucleari a raggio intermedio che aveva assicurato 30 anni di stabilità all’Europa. Inoltre Washington “non ha ancora deciso” se una proroga del il trattato con la Russia sulle armi nucleari di lunga gittata, il Nuovo Start, risponda ai propri interessi, mentre non ha esitato a violare l’intesa sul nucleare iraniano del 2015 che allontanava il rischio di un avvicinamento di Teheran all’arma nucleare. La Russia, anch’essa poco propensa ai a vincoli dell’arms control, ha giuoco facile nell’approfittare dei varchi offerti dagli americani per sottrarsi agli impegni presi. […]

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Foto Wikimedia commons
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