Un secolo fa nasceva Primo Levi, testimone acuto della tragedia del XX secolo

«Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per un pezzo di pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi».

In “Se questo è un uomo” (1947) Primo Levi offrì al mondo una delle più alte testimonianze sulla tragica realtà dei lager nazisti. Levi nacque a Torino un secolo fa, il 31 luglio 1919, da genitori ebrei piemontesi. Di professione chimico, si rivelò nel campo letterario proprio con “Se questo è un uomo”, descrivendo la sua esperienza di ebreo deportato ad Auschwitz.

La liberazione e l’avventuroso ritorno in patria sono i temi del successivo libro, “La tregua” del 1963, mentre “Storie naturali” (1966) e “Vizio di forma” (1971) costituiscono raccolte di racconti in apparenza di fantasia, ma in realtà vicini alla tematica dei libri precedenti. “Il sistema periodico” (1975) e “La chiave a stella” (1978) sono invece dedicati l’umo alla sua professione di chimico e l’altro alla sua esperienza del mondo della produzione industriale. Nei romanzi “Se non ora, quando?” (1982) e “I sommersi e i salvati” (1986) torna invece il tema dell’antisemitismo e della discriminazione. Levi si tolse la vita l’11 aprile 1987.

Primo Levi con Philip Roth nel 1986 – Foto La Stampa

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato così la sua figura: «La personalità e le opere di Primo Levi hanno lasciato un’impronta nella cultura italiana ed europea grazie alla testimonianza preziosa e ‘universale’, come lui stesso la definì, degli orrori dei campi di sterminio, ma grazie anche all’attività di scrittore che seppe proseguire con stile narrativo originale e molto apprezzato. Nel centenario della sua nascita l’Italia ricorda uno dei suoi figli più illustri che fu costretto a subire la vergogna delle leggi razziali e della persecuzione nazista e che, dopo la liberazione, si è rivelato tra i più capaci di parlare al mondo desideroso di pace, di libertà, di ricostruzione. La vita non gli ha risparmiato le sofferenze più terribili – prosegue il capo dello Stato – La sopravvivenza nell’inferno di Auschwitz lo ha reso ‘testimone per diritto e per dovere’. Le sue parole sono divenute un insegnamento per donne e uomini incamminati sulla strada della democrazia, dell’uguaglianza dei diritti, della convivenza tra le religioni».

(NoveColonneATG)

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