Quanto inquiniamo andando in vacanza? Dai voli agli alberghi al cibo che mangiamo

Con l’espressione death by tourism (morte per turismo) negli ultimi anni si è descritta a vario titolo la crescita incontrollata del settore della villeggiatura: quando il numero di visitatori annuali è molto più alto dei residenti, il turismo può avere un enorme – e complicato – impatto sulla zona. In Italia si parla specialmente di come le vacanze stiano distruggendo molti siti del patrimonio culturale, e nel contempo la quotidianità dei loro cittadini. Senza contare che molto spesso il turismo inquina e altera giornalmente la sua stessa ragion d’essere, ovvero quegli angoli di paradiso o centri culturali di cui i turisti sono alla ricerca.

Sì, ma quanto inquiniamo davvero con le nostre vacanze?  Di tutti i voli internazionali, dicono i dati dell’aviazione mondiale, l’80% è effettuato per viaggi turistici. Ma gli attuali 1,2 miliardi di viaggi non rappresentano nemmeno lontanamente la quota di popolazione mondiale che viaggia (ovvero, non ci sono 1,2 miliardi di persone che si spostano per turismo). Recentemente si è parlato di apartheid climatico, e della disparità economica sociale che aumenta la capacità di potersi spostare solo per coloro che possono permetterselo. Lo stesso vale per il turismo, che non è distribuito in modo uniforme: di fatto solo una piccola parte della popolazione mondiale è in grado di compiere viaggi più volte all’anno. I  flussi turistici più importanti sono tra paesi industrializzati, tra cui Nord America, Europa, Giappone e Australia. Il restante 97% della popolazione mondiale non vola mai, e di conseguenza non inquinerà mai nelle proporzioni di un turista occidentale.

Secondo il report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) l’aviazione produce circa il 2% delle emissioni di biossido di carbonio. È possibile calcolare l’impronta ambientale dei nostri viaggi in aereo attraverso l’uso di misuratori come ChooseClimate, mentre Carbon Calculator e SunEarthTool fanno in modo di calcolare anche le emissioni di altri mezzi di trasporto.

Ma il nostro contributo alla crisi climatica non termina quando si arriva a destinazione. In realtà si inquina per tutta la vacanza, a discapito dell’ambiente e comunità locale che si visita. Qualche anno fa il WWF aveva fatto delle analisi stimando come – e quanto – possano inquinare i diversi tipi di vacanza. Il trasporto è sempre risultato come il maggiore driver di inquinamento, ma altri fattori devono essere presi in considerazione, dato che la vacanza deve essere considerata nella sua interezza, nel ciclo di prodotti che aggiungiamo al nostro paniere delle vacanze (le attività che svolgiamo, il nostro alloggio, i pasti, eccetera).

All’arrivo alla meta vacanziera, l’impatto ambientale è diverso a seconda della scelta tra un hotel, un bed and breakfast, un Airbnb, un campeggio o una casa di proprietà. Scegliere di pernottare in un hotel costituisce l’opzione più inquinante. Una singola notte in un albergo produce in media 6,9 kg di CO2, e il settore alberghiero rappresenta circa l’1% delle emissioni di CO2 globali: parliamo di strutture aperte esclusivamente per la ricezione di turisti, con consumi di energia e risorse non stop. L’Hotel Footprint Tool, anche in questo caso, è un valido alleato per ricercare la gamma di emissioni di carbonio e l’utilizzo di energia degli hotel di tutto il mondo.

Recentemente Airbnb con un comunicato stampa ha dichiarato che il suo business model aiuta a combattere il turismo di massa, promuovendo viaggi più sostenibili. Tuttavia, anche fosse vero, non si può dire che aiuti il singolo a fare una scelta più conscia e sostenibile.

Certo, a differenza delle catene alberghiere Airbnb non ha occupato terreni, e gli introiti non finiscono nelle tasche di multinazionali alberghiere, ma vengono elargiti ai singoli che affittano le proprie case: ma non si può parlare di una scelta del tutto sostenibile, dato che non c’è un criterio di sostenibilità ambientale calcolato o richiesto tra i criteri di selezione degli appartamenti. Anzi, tra i benefit e accessori da poter elencare c’è l’aria condizionata, ma nessuna possibilità di sapere se l’energia che si utilizza è verde, o se il proprietario di casa segue le direttive locali di raccolta differenziata.

Il Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep) stima che circa il 14%di tutti i rifiuti solidi globali è prodotto ogni anno esclusivamente dall’industria turistica. I turisti occidentali sono abituati a mantenere i loro stili di vita del paese d’origine – anzi, si aspettano di poterlo fare – anche nelle destinazioni in cui si recano, producendo in media rifiuti compresi tra 1 e 2 chilogrammi ogni giorno: una media molto maggiore di quella delle popolazioni autoctone, spesso superate in numero dai turisti con rapporti anche di 10 a 1. Talvolta i paesi o le città si trovano quindi ad avere un sistema di gestione dei rifiuti incapace di accogliere grandi numeri di turisti, e i rifiuti possono dunque finire in discariche illegali o venire inceneriti.

Non si deve poi dimenticare che il turismo è un settore che consuma molta acqua, poiché molti prodotti commercializzati dal settore turistico – come spa, idromassaggi e piscine – richiedono forniture affidabili e sicure di acqua dolce. Paradossalmente, molti di questi complessi si trovano in destinazioni turistiche in paesi a basso reddito, in cui il problema della scarsità d’acqua è costante per la popolazione autoctona.

Naturalmente, a monte di tutto c’è l’impatto sul sistema ambientale terrestre: l’aumento della temperatura globale infatti costituisce un serio problema anche per gli oceani. L’acidificazione dell’acqua dovuta alle sostanze rilasciate diminuisce il tasso di riproduttività di molte specie marine, e delle barriere coralline, uno degli ecosistemi più fragili e a rischio del mondo. Attività di snorkeling, immersioni e sport acquatici contribuiscono ad alterare il fragile ecosistema marino di molte aree, finendo per comprometterlo.

Il World Travel and Tourism Council ha stimato che il settore turistico costituisce il 10,4% del Pil mondiale, e dà impiego a quasi 300 milioni di persone. A livello globale, si prevede che il settore cresca a un tasso del 3,9% annuo. Anche i numeri di turisti sono destinati ad aumentare, ecco perché lo sviluppo di un turismo sostenibile è diventato una necessità del settore.

Il rapporto dell’Itp (International Tourist Partnership) ha mostrato come il settore alberghiero dovrà ridurre le sue emissioni di carbonio assolute del 66% entro il 2030. Di recente alcune catene alberghiere hanno preso in considerazione nuovi piani che consentano di ridurre i costi e gli sprechi, principalmente in relazione ad acqua, rifiuti ed energia.

In buona sostanza, quelle mete in cui sogniamo di recarci potrebbero ben presto non essere li. Non si parla solo di paradisi tropicali lontani, ma anche centri culturali come Venezia, parchi e spiagge del Sud d’Italia o piste sciistiche invernali. È necessario quindi ripensare radicalmente il modo in cui gestiamo le nostre vacanze. Da turisti, delle piccole accortezze possono far in modo di non pesare eccessivamente sulla comunità locale, ridimensionando il nostro impatto ambientale. Perché non iniziare raccogliendo i nostri rifiuti dalle spiagge?

(Daniela De Lorenzo, Wired cc by nc nd)

Foto Pxhere CC0
Maho Beach, Sint Maarten, Caraibi

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