Košice, US Steel annuncia 2500 licenziamenti entro due anni

Non è bastata la riduzione di orario decisa insieme ai sindacati che ha portato a settimane lavorative di quattro giorni nei mesi di maggio e luglio, con giornate di ferie forzate pagate al 70% (a maggio, sceso al 60% in luglio) che hanno comunque prodotto un certo risparmio. In giugno, tuttavia, il rinnovo del contratto ha messo nelle tasche dei lavoratori di U.S. Steel Košice 40 euro in più dopo due mesi di agitazione. Le promesse di non toccare l’occupazione non sono però state mantenute. La società americana, che è il maggior datore di lavoro nella Slovacchia orientale, ha comunicato che ridurrà il numero di dipendenti nell’acciaieria e nelle controllate licenziando fino a 2.500 persone entro la fine del 2021. Un grosso colpo per la seconda città della Slovacchia e per l’intera regione di Košice. Oggi la società e le sue filiali impiegano circa 12.000 persone.

Tra le ragioni citate dall’azienda ci sono una riduzione degli ordini e una produzione inferiore al previsto causata dalla difficile situazione sul mercato internazionale. Inoltre, il prezzo delle quote di emissione è passato da 4 a 26 euro nell’ultimo anno a causa dei provvedimenti decisi dalla Commissione europea per ridurre il carico di emissioni nell’ambiente e indirizzare il continente verso una economia a impatto climatico ridotto. Secondo analisti finanziari, un altro fattore di fondamentale importanza è il crollo del prezzo dell’acciaio, che è sceso da 600 a 528 euro per tonnellata e gli alti prezzi dell’energia. E poi c’è la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Lo scorso anno Donald Trump impose un dazio del 25% per l’acciaio importato negli Usa dall’estero, una misura che ha aiutato i produttori nazionali, come la casa madre della società slovacca, la United States Steel Corporation, ma ha costretto i produttori di acciaio di altri paesi a rinunciare all’export negli Usa e a vendere a prezzi più bassi. Inoltre, ed è una notizia dell’ultima ora, la Cina ha introdotto a partire da domani 23 luglio dazi sulle importazioni di acciaio dall’UE. La situazione è difficile anche per gli altri operatori del settore; per diversi di loro sono girate voci di chiusura, e l’associazione europea Eurofer stima che sono a rischio 2,6 milioni di posti di lavoro, sia diretti che indiretti, a causa della crisi dell’acciaio.

Nel fare l’annuncio, il presidente di USSK James E. Bruno ha detto che come primo passo la società ridurrà la sua settimana lavorativa di un giorno. Nel mese di giugno, oltre alla riduzione dei turni di una giornata, come misura di adattamento alle mutate condizioni di mercato US Steel aveva chiuso la produzione in uno dei tre altiforni. Ma non ci sono stati segnali nelle ultime settimane che qualcosa possa cambiare. Si attende da tempo un intervento della Commissione europea, che tuttavia di recente ha autorizzato un aumento del 5% delle importazioni, in un mercato, quello europeo, già inondato dall’estero da acciaio a basso costo. L’ultimo appello all’Europa dei produttori di acciaio europei, tra cui le italiane Arvedi e Riva e attori mondiali come ArcelorMittal o ThyssenKrupp, è datato 6 giugno 2019. Vi si chiede «un’azione urgente da parte dell’Unione europea per aiutare la nostra industria a superare l’estremo deterioramento delle prospettive del mercato siderurgico europeo. In un certo numero di Stati membri dell’UE ciò ha già portato a una significativa riduzione della produzione e persino alla chiusura di stabilimenti. Migliaia di posti di lavoro sono direttamente minacciati».

Il governo slovacco potrebbe sostenere la società di Košice con una maggiore compensazione del prezzo dell’elettricità, ma la questione va vista nell’ottica di un bilancio statale che secondo le promesso quest’anno dovrebbe finire in pareggio. I sindacati di US Steel Košice hanno in programma di avviare una petizione da indirizzare al primo ministro Peter Pellegirni per un miglioramento delle condizioni nel settore siderurgico.

(La Redazione)

Foto usske.sk

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