La democrazia in Europa, trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino

Di Ida Dominijanni per Internazionale — Presto o tardi la storia presenta sempre il suo conto, spesso si tratta di un conto salato e talvolta non privo di una qualche ironia. Dev’essere infatti per l’ironia della storia se le elezioni europee del 26 maggio, le prime ad avere per posta in gioco la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, sono capitate giusto nel trentennale di quel fatidico crollo del muro di Berlino che dell’Europa decise la riunificazione. E dev’essere per uno sberleffo della storia se la proclamazione di Donald Trump a presidente degli Stati uniti, potente spinta propulsiva per i populismi e i sovranismi europei, è capitata giusto lo stesso giorno del crollo del muro, il 9 novembre, quasi a smentirne, ventisette anni dopo, speranze, illusioni e false prospettive (“Che giorno! Che giorno! La non-democrazia liberale è finita, e io mi sento libero dalla correttezza politica”, così Viktor Orbán commentò il risultato delle presidenziali americane). Ma nella storia come nei sogni, ce l’ha insegnato Freud, le coincidenze dei numeri non sono mai casuali: ci mettono sulla strada di tracce perdute o rimosse, consentendoci di ricostruire in modo più attendibile la genealogia di un presente smemorato.

Nel presente c’è un’Unione europea che il 20 maggio scorso ha tirato un respiro di sollievo respingendo la minaccia sovranpopulista, ma che resta lacerata da faglie profonde – territoriali, economiche, sociali, politiche, culturali – rispetto alle quali il dover essere unitario rischia di diventare sempre meno seduttivo ed efficace. Da dove nascono queste faglie, e come si riparano? Priva com’è diventata di spessore storico, la politica non dà risposte, o le sbaglia. Di fronte alla faglia economica fra nord e sud spalancatasi con la crisi del 2008 la Ue ha risposto con la politica dell’austerità e la disciplina del debito, e con la favola delle formiche e delle cicale, aggravandola. Di fronte alla faglia politica fra est e ovest, disegnata dagli esperimenti di “democrazia illiberale” in Ungheria e in Polonia, dalle transizioni democratiche incompiute in Serbia e in Ucraina, dai regimi neoautoritari in Bielorussia e in Azerbaigian, la Ue ha glissato contando sulla solidità del modello liberaldemocratico occidentale contro lo spettro sovranista, con l’unico risultato, anche in questo caso, di aggravare la faglia e di riprodurla all’interno dei paesi occidentali, prima di tutto nel sempre solerte laboratorio italiano. Di fronte infine alla terza faglia, la crisi migratoria che destabilizza in modo permanente i già labili confini del continente, l’Unione continua a non rispondere nulla, avallando politiche sempre più securitarie e lasciando che mille recinzioni fioriscano, in plateale contraddizione con l’immagine dello “spazio senza confini” e della “società aperta” che avrebbe dovuto caratterizzare l’Europa.
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Foto: Berlino 1989
(Daniel Antal CC BY)

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