Trent’anni fa Gorbaciov decretava la fine della Guerra fredda

Due mesi fa si sono celebrati, in tono minore, i 70 anni dalla creazione del Consiglio d’Europa (5 maggio 1949). Era il primo mattone della costruzione europea ma, mancando dell’elemento della sovra-nazionalità, venne presto eclissato dalle istituzioni di Bruxelles: Ceca, Cee ed Euratom. Oggi il Consiglio d’Europa, ignoto al grande pubblico e spesso confuso con il Consiglio europeo, è noto ai più informati come sede di elaborazione di utili convenzioni (sinora oltre duecento) e come custode dei valori occidentali di democrazia e di protezione dei diritti umani.L’entrata in funzione della Corte europea per i Diritti umani, la Cedu, nel 1959, ha aggiunto la dimensione della sovra-nazionalità, sia pure in un settore specifico, e aumentato la visibilità dell’organizzazione di Strasburgo.

A differenza dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), che pure promuove la democratizzazione e i diritti umani, ma accoglie per definizione tutti i Paesi europei (più Usa e Canada) quale che sia il loro regime, il Consiglio d’Europa subordina l’ammissione al rispetto di certi standards. Nell’estate del 1989 la prospettiva di un ingresso dell’Urss appariva irrealistica (si sarebbe realizzata per la Federazione russa nel 1996). Persino per la Polonia, che nel maggio 1989 aveva tenuto elezioni democratiche, chi alla Farnesina proponeva di patrocinarne l’ammissione veniva tacitato (entrò poi nel novembre 1991).

Gorbaciov e la ‘casa comune europea’

Mihail Gorbaciov scelse non a caso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (non il Parlamento europeo), in quanto luogo simbolico dei valori democratici, per dichiarare chiusa, il 6 luglio 1989, l’era della Guerra Fredda e chiedere fiducia verso il ‘nuovo pensiero’ elaborato da lui insieme ad Alexander Yakovlev e Eduard Shevardnadze, in sostanza una svolta in senso democratico, pacifista e occidentalista. Il concetto centrale, che subito fu raccolto dalla pubblicistica, fu quello di una “casa comune europea”.

Nell’articolarne i contenuti, il presidente sovietico mise l’accento soprattutto sugli aspetti di sicurezza: la riduzione delle spese militari, delle forze nucleari e di quelle convenzionali, il ritiro di tutte le truppe stazionate sul territorio di altri Paesi, lo smantellamento dei blocchi, la rinuncia alla gara nelle tecnologie militari, un graduale avvicinamento all’obiettivo della piena denuclearizzazione.

Il messaggio che ebbe le più significative ripercussioni nei mesi successivi fu quello rivolto ai Paesi che nella Guerra Fredda chiamavamo ‘satelliti’: fine delle sfere di influenza, libertà di scegliersi il proprio sistema economico-sociale, inammissibilità di qualsiasi tentativo di limitare la sovranità di altri Stati, anche amici o alleati. Era una netta abiura della ‘dottrina Brezhnev’ che aveva ispirato l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 ma anche le pressioni sulla Polonia all’inizio degli Anni ’80. Ed era il semaforo verde alla scelta democratica già intrapresa, come accennato, dalla Polonia stessa qualche mese prima, e in gestazione in altri Paesi dell’Est.

[…continua]

Leggi il resto su Affarinternazionali

Reagan e Gorbaciov nel 1987
Foto White House/wikimedia CC0

Be the first to comment

Rispondi

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetto" nel banner a fondo pagina"

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.