Joan Baez, Václav Havel e la Slovacchia: una storia lunga 30 anni

Havel e la “resistenza” nel Rock

Václav Havel non ha certamente bisogno di presentazioni: scrittore e drammaturgo ceco conosciuto in tutto il mondo non solo per essere stato uno dei dissidenti più determinati nell’opposizione al regime comunista della Cecoslovacchia di cui sarebbe poi diventato anche presidente, è noto anche per aver stretto amicizie con diversi esponenti di primo piano della scena musicale “di protesta” a partire dalla seconda metà degli anni ’70.

Tutto iniziò con i “Plastic People of the Universe”, una band ceca nata agli inizi della normalizzazione seguita alla soppressione della Primavera di Praga del 1968. Il loro messaggio inizialmente era tutt’altro che politico; la censura del regime che mirava a screditare sempre più la musica popolare, per via delle malviste quanto evidenti influenze occidentali, spinse il gruppo a cambiare radicalmente atteggiamento e porsi in aperto contrasto con il potere. Dalle canzoni in lingua inglese dei primi anni passarono quindi a brani in ceco. E nel 1976 Ivan Jirous, critico e deus ex machina dei Plastic People che aveva appena scritto un saggio sulla “resistenza” nel rock’n roll, incontrò Havel per la prima volta. L’amicizia tra i due e l’arresto dei membri della band saranno decisivi per la nascita di Charta 77, il grande manifesto del dissenso cecoslovacco redatto da Havel insieme ad altri dissidenti di primo piano che fu un vero punto di rottura nella storia del dissenso cecoslovacco.

                                                                                                                       I Plastic People nel 2010

In seguito, Havel avrebbe stretto amicizia con musicisti del calibro di Lou Reed, Bob Dylan, i Rolling Stones e Bruce Springsteen. Ma una storia che rimane poco conosciuta al di fuori della cerchia cecoslovacca è quella del suo splendido rapporto con Joan Baez.

Joan Baez, paladina della pace e dei diritti

Nemmeno Joan Baez ha bisogno di presentazioni. Mi permetterei soltanto di sottolineare alcune cose per dare un’idea più chiara del carattere di questa artista straordinaria. Lei stessa ricorda come una giornalista australiana le chiese una volta «se le fosse mai capitato di pensare al fatto che era l’unica donna al mondo ad aver visto Steve Jobs e Bob Dylan (Baez ebbe una relazione sentimentale con entrambi) nudi». A cui lei rispose «Ma non contemporaneamente». Un altro aneddoto che aiuta a comprendere la personalità di Baez riguarda un episodio avvenuto in Vietnam, in piena guerra. L’artista si trovava ad Hanoi con una delegazione di pacifisti in concomitanza con un intenso bombardamento americano che durò dodici giorni. Nonostante ammetta di essere stata terrorizzata, ricorda l’episodio fondamentalmente per due motivi. Il primo: si rese conto di come davanti al pericolo mortale tutti diventassero estremamente religiosi. Atei e agnostici pregavano e invocavano Dio esattamente come i credenti. Fino al cessare del pericolo. A quel punto ognuno tornava sulle proprie convinzioni. E il secondo e più importante motivo: la violenza di quei bombardamenti rafforzò la sua convinzione nel voler andare fino in fondo a difendere la pace.

La stima che Joan Baez ha sempre avuto per Václav Havel la portò a dire qualche anno fa che l’ex presidente ceco era l’unico, secondo i suoi parametri, a poter essere considerato un vero leader. In un’intervista al Guardian del 2014 spiega questo suo pensiero dicendo che Havel «oltre ad essere un poeta e uno scrittore e un politico, aveva un cervello monumentale. Ma quello che lo rendeva [veramente leader] per me è il fatto che fosse pronto a prendersi qualsiasi rischio». Sempre nella stessa intervista, per spiegare con un esempio queste sue parole, Joan Baez parlò di un avvenimento cui si sente particolarmente legata: il suo concerto al festival Bratislavská Lýra nella capitale slovacca, esattamente trenta anni fa (10 giugno 1989), cinque mesi prima della Rivoluzione di Velluto.

Un festival del regime, per colpire il regime

Il festival sarebbe stato trasmesso in diretta TV e Baez volle a tutti i costi mandare un messaggio di sostegno ai dissidenti cecoslovacchi, mettendosi quindi in una posizione di aperto contrasto con il regime. Havel era stato da poco scarcerato e fu invitato allo show, insieme a un piccolo gruppo di altri dissidenti. Il gruppo si mise quindi in viaggio in treno, a eccezione proprio di Havel che, essendo osservato speciale dalla Štb (la polizia segreta) scelse di recarsi a Bratislava in auto, accompagnato da un amico.

L’organizzazione fu coordinata da una fondazione internazionale per la tutela dei diritti umani -la Humanitas di Martha Henderson, che ricorda con orgoglio e commozione quei giorni straordinari-. L’auto su cui viaggiava Havel fu seguita da degli agenti in borghese per oltre cento chilometri e non si sa cosa sarebbe potuto succedere nella lobby dell’albergo in cui risiedevano Baez e il suo entourage, se non avessero avuto la prontezza di trasferirlo immediatamente nella camera privata dell’artista.

Finalmente al sicuro, Havel aiutò Joan Baez a preparare un messaggio in slovacco per il pubblico presente allo show. Arrivò anche a registrarlo su una musicassetta per aiutare Baez a pronunciarlo il più correttamente possibile.

Non appena giunse il momento di trasferirsi dall’albergo all’arena in cui avrebbe avuto luogo lo spettacolo, Martha Henderson decise di utilizzare il minibus fornito dall’organizzazione per trasportare il gruppo di dissidenti, mentre per i musicisti furono chiamati dei taxi. Un escamotage semplice quanto efficace. Nel recarsi dalla stanza di Baez al garage dove il minibus attendeva il gruppo, Havel fu fatto passare come uno dello staff. La scena in cui il futuro presidente cecoslovacco uscì dall’ascensore, tenuto sottobraccio da Joan Baez, mentre ne portava la chitarra, e disse «sono solo il suo roadie» divenne subito leggendaria e pare sia stata anche immortalata in una foto che però risulta essere introvabile.

Arrivati all’arena Pasienky, dove aveva luogo il festival, alcuni dissidenti decisero di tentare la fortuna mischiandosi al pubblico, tra cui erano chiaramente identificabili diversi poliziotti in borghese, che però non li infastidirono. Il concerto poté iniziare e la performance di Joan Baez fu, come sempre, stellare. Venuto il momento tanto atteso, l’artista prese il walkman in cui aveva inserito la cassetta registrata da Havel e un foglio su cui aveva scritto il messaggio. Indossate le cuffie, si scusò con il pubblico per il metodo poco ortodosso e iniziò a parlare in slovacco.

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«Vorrei dedicare questa canzone [agli esponenti di] Charta 77 (applausi e fischi dal pubblico)… Non ho finito!.. Al movimento pacifista indipendente e a Peter Cibulka (attivista firmatario di Charta 77 particolarmente coinvolto nella dissidenza musicale, ndR). Vorrei anche dare il benvenuto agli amici di Charta 77, incluso Václav Havel… and friends». Subito dopo attaccò con la profetica MLK (“Dormi, dormi stanotte, e possano i tuoi sogni realizzarsi”) seguita dalla ben più celebre Oh Freedom.

Gli agenti della ŠtB furono presi in contropiede. Per il regime l’attivismo di Joan Baez era gradito in quanto visto come “antiamericano” e la questione fu presa sottogamba. Furono chiaramente gli agenti ad aggiungere i fischi alle acclamazioni e agli applausi che seguirono il discorso e la bellissima performance musicale. Terminata l’esecuzione, gli eštebaci probabilmente tirarono un sospiro di sollievo, senza sapere che nel corso dello show Joan Baez avrebbe rincarato la dose.

Verso la fine infatti l’artista americana annunciò di volersi prendere una breve pausa e invitò sul palco Ivan Hoffman, musicista dissidente la cui canzone “Sľúbili sme si lásku” sarebbe stata scelta come icona della Rivoluzione di Velluto. Nessuno nello staff tecnico dell’arena o della TV conosceva l’artista che potè suonare i primi accordi e cantare i primi versi di una canzone di protesta durissima nei confronti del regime: «Non mi dicano di parlare ad alta voce/Quelli che ieri spaccavano la bocca ai silenziosi». A Hoffman non fu permesso di terminare l’esecuzione: i microfoni furono spenti. Tra le proteste veementi del pubblico Joan Baez tornò sul palco e riprese a cantare, incurante dei microfoni spenti.

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Il giorno dopo la notizia fece il giro del mondo, ma i media cecoslovacchi la ignorarono del tutto. I rapporti interni della ŠtB si limitarono a sottolineare il “dissenso” espresso dai loro stessi rappresentanti come se appartenesse a una consistente parte del pubblico presente in sala. Si sottolineò come Joan Baez fosse venuta meno agli accordi presi con l’organizzazione, soprattutto per aver fatto cantare Hoffman. Con questa motivazione gli organizzatori giustificarono lo spegnimento dei microfoni.

Nonostante il regime e la censura minimizzarono gli eventi di quel 10 giugno di trenta anni fa, chiunque fosse presente in sala comprese che grazie a Joan Baez i dissidenti avevano assestato un potente 1-2 al basso ventre del regime. L’artista americana prese in toto su di sé la responsabilità degli eventi di quella sera in una nota che fu consegnata agli organizzatori del festival e che finì nel fascicolo che la polizia segreta aprì sugli avvenimenti di quella sera.

Cantare ancora, “per una Slovacchia dignitosa”

Cinque mesi dopo la Rivoluzione di Velluto mise fine al regime comunista in Cecoslovacchia. Joan Baez sarebbe tornata diverse volte (anche dopo la separazione) e Havel avrebbe avuto modo di portarle nuovamente la chitarra, per ricordare gli eventi di quella giornata fenomenale. E il destino le avrebbe chiesto un’ultima volta di prestare la sua voce in difesa della libertà e dei diritti: lo scorso anno, in occasione della sua ultima apparizione nella capitale slovacca, Baez si incontrò con i rappresentanti del movimento “Za slušné Slovensko” e rimase colpita dalla storia di Ján Kuciak e Martina Kušnírová e dalle manifestazioni che seguirono. Come ultimo gesto di affetto e di sostegno per la Slovacchia, l’artista americana chiese aiuto per cantare l’inno slovacco, nella versione rivisitata dal musicista Juraj Benetin, presa a simbolo delle proteste. I due artisti incisero quindi insieme questa versione dell’inno nazionale slovacco, a sostegno del movimento di protesta. Un gesto tanto semplice quanto bello da parte di un’artista così affermata.

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Joan Baez si trova ancora in tournee in Europa (sarà in Italia per un’unica data, il 19 Luglio a Firenze). Finita quest’ultima serie di concerti, si dedicherà alla pittura. Ma siamo certi che il suo legame con la Slovacchia non verrà dimenticato.

(Raffaele A. Magaldi)

Foto Plastic People: Michal Klajban cc by sa

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