Parlamento europeo: la nuova geografia dell’Aula

Sui risultati delle recenti elezioni europee è già stato scritto molto. In tanti hanno in particolare sottolineato il netto aumento della partecipazione (tranne che in Italia), la mancanza della sperata o temuta ondata nazionalista e la sostanziale tenuta dei partiti europeisti, anche se con significativi spostamenti dai popolari verso i liberali e dai socialisti verso i verdi. Sappiamo anche che, se tutto ciò non modifica gli equilibri di fondo, i compromessi saranno più complicati a partire dalle nomine dei prossimi vertici dell’Unione europea. C’è tuttavia anche un altro angolo di osservazione che merita di essere approfondito.

Il consolidamento dell’organizzazione del Parlamento europeo in gruppi politici transnazionali ha una doppia funzione. Da un lato vuole evitare che l’Assemblea di Strasburgo di trasformi in un altro terreno di confronto fra interessi nazionali. Dall’altro, però, i singoli gruppi parlamentari transnazionali hanno finora anche avuto la funzione di permettere al loro interno una sintesi fra posizioni nazionali che è diversa e per certi versi complementare a quella che si realizza in seno al Consiglio. Ciò è stato particolarmente importante per i due gruppi maggiori, popolari e socialisti. L’obiettivo di acquisire una certa egemonia comportava la necessità di essere inclusivi sul piano geografico, ma il prezzo da pagare era una scarsa coerenza politica e ideologica.

Come vedremo, il problema riguarda anche i nuovi gruppi “emergenti”. La domanda che viene spontanea è fino a che punto le ultime elezioni abbiano introdotto elementi di novità. Ai fini di questa analisi, i partiti nazionalisti ed euroscettici non sono molto importanti. Ci limiteremo quindi a quelli cosiddetti “europeisti”. Una prima cosa che salta agli occhi è che le elezioni del 23-26 maggio hanno introdotto maggiore squilibrio geografico.

Ppe, l’estinzione di italiani e francesi
L’intuizione geniale dell’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl nel favorire la creazione del Partito popolare europeo (Ppe) come lo abbiamo conosciuto sinora non è stata solo quella di garantire l’esistenza di un gruppo potenzialmente maggioritario, ma anche di avere un contenitore politico in cui non erano presenti solo i tradizionali partiti di origine democristiana ma tutte le principali forze conservatrici. Questa per esempio fu la ragione dell’insistenza per far entrare Forza Italia malgrado le diffuse reticenze a proposito del suo leader storico. Questi partiti non erano necessariamente tutti al governo, ma alcuni di essi lo erano sempre. Il risultato è stato un gruppo al cui interno c’era di tutto, compreso l’ungherese Viktor Orbán.

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