Quel malessere che regna sotto il caos calmo della Brexit

Secondo un sondaggio pubblicato dal giornale della London School of Economics, il 64 per cento dei britannici al solo sentire la parola Brexit prova ormai un senso di ansia, depressione e malessere. Ora che la fatidica ora X (le 23 del 29 marzo 2019) stabilita dalla May è passata senza alcun esito, e che anche la May si sta dimettendo, è rimasto sul terreno solo un senso di rabbia, precarietà e di incertezza, a cui nelle ultime settimane si è aggiunta l’incredulità per lo spettacolo quotidiano offerto dal Parlamento di Westminster. Aggiungete il successo elettorale del Brexit Party, creato in fretta e furia in sei settimane e diventato il partito più votato alle Europee, e avete il quadro della situazione.

La Gran Bretagna è un caos calmo, sotto il quale brucia un senso di malessere profondo. Marco Varvello, con l’occhio lungo del corrispondente del Tg1 da Londra, l’aveva già capito quando ha iniziato a scrivere i sette racconti che compongono Brexit Blues (Mondadori, pagg. 234, euro 18). Il blues del titolo si riferisce proprio a questo malessere. Un po’ viene dalla malinconia del genere musicale (di cui Varvello è un grande appassionato) e un po’ dal blue con cui gli inglesi indicano la depressione del lunedì mattina. Soggiorni, richieste di passaporti, incertezza per il futuro.

Questo libro è un romanzo corale, dove le parti più interessanti e divertenti – anche per chi che la Brexit la vive in prima linea sul fronte di Londra – sono quelle distopiche e ucroniche. Cosa sarebbe successo se?… si chiede in ogni capitolo Varvello. Cosa succederà, se?… Gli scenari futuribili sono inquietanti, materiale esplosivo con il quale gente come Le Carrè, Graham Greene o Ray Bradbury avrebbero costruito thriller spaventevoli. Ecco quindi un italiano – da anni in Gran Bretagna e imprenditore di successo – che si vede recapitare dall’Home Office una busta con la richiesta di soggiorno respinta e una lettera asetticamente burocratica: “Si prepari per essere deportato”. Deportato. Una parola minacciosa, che richiama alla mente esodi e rastrellamenti del secolo passato. Italiani (ed europei) internati, italiani (ed europei) deportati.

Potrebbe succedere ancora? In un altro racconto un ex ministro nella Gran Bretagna ormai sganciata dall’Europa, organizza attentati per fermare lo strapotere asiatico, iniziato con la scalata alle banche, poi con i finanziamenti a millenarie istituzioni come Oxford e Cambridge per finire con le centrali nucleari. Oppure immaginate una City post Brexit, divenuta terra di scorribande per speculatori e riciclatori di denaro sporco, dove spregiudicati banchieri globali trafficano in Africa per ripulire milioni nella grande lavatrice in riva al Tamigi, divenuta una cloaca di super ricchi ormai liberi dai legacci burocratici di Bruxelles.

E l’Europa? Nella distopia di Varvello ha salutato Schengen e la moneta unica, l’euro del Nord vale il doppio dell’euro del Sud (adottato dall’Italia e dalla Grecia dopo che la Bce ha smesso di garantire il debito italiano) e i migranti vengono smistati in campi profughi che ricordano il nazismo. Scenari non impossibili. Che fanno riflettere e che immaginando cosa potrebbe accadere spiegano quello che è già accaduto.

(Caterina Soffici, La Stampa cc by nc nd)

Foto gerarddm CC0

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