Un voto che cambia molto. I partiti si ripensano in vista del 2020

Le elezioni per il Parlamento europeo hanno provocato un certo sconquasso sulla scena politica in Slovacchia. C’è chi si lecca le ferite e chi ancora festeggia, ma tutti stanno cercando soluzioni in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo marzo 2020, quando si andrà al rinnovo del Parlamento nazionale, ad oggi con molte incognite. Malgrado la scarsa partecipazione degli elettori, comunque salita al 22,74% rispetto al 13% delle ultime europee (ma sempre maglia nera d’Europa), gli slovacchi hanno premiato formazioni politiche nuove o che non si sono sporcate le mani negli ultimi anni, bastonando invece in particolare i partiti della coalizione. Il grosso consenso della coalizione PS-Spolu, impensabile fino a un anno fa, arriva sull’onda della vittoria di Zuzana Čaputová (ex vice presidente di Progresivne Slovensko) alle presidenziali di marzo, e alle ultime elezioni comunali, dove alcuni sindaci di peso sono stati espressi da questi partiti (ad esempio il sindaco della capitale Bratislava). Tra le cause del cambiamento di clima si può senz’altro mettere la scossa ricevuta dalla gente della Slovacchia con l’omicidio del giornalista Jan Kuciak nel febbraio 2018 e da tutto il marcio uscito nei mesi successivi, che ha toccato soprattutto il partito Smer, “imprenditori” ad esso vicini e magistrati e singoli politici con pochi scrupoli.

Lo Smer-SD al potere quasi ininterrottamente dal 2006 ha ottenuto alle europee un deputato in meno (3 invece di 4), Most-Hid ha perso il suo ed è finito a una percentuale risibile (2,59%, meno della metà di quando mostrato dagli ultimi sondaggi prima del voto), dando al tempo stesso nuovo fiato al suo concorrente diretto SMK che da anni è ai margini, e il Partito nazionale slovacco (SNS) non ha ricevuto abbastanza voti per conquistare almeno un seggio, come aveva due legislature fa, ai tempi del leader Jan Slota. All’opposizione, i liberali di SaS conquistano un seggio in più mentre Gente ordinaria e Personalità indipendenti (OĽaNO) è stato ridimensionato a un solo seggio contro i due della volta scorsa (insieme agli alleati di NOVA). Viene nel frattempo confermata la ripresa dei cristiano-democratici (KDH), che con la leadership di Alojz Hlina si sta velocemente riprendendo dal crollo avvenuto nel 2016, quando per la prima volta in 29 anni sono rimasti fuori dal Consiglio nazionale della Repubblica Slovacca. Per KDH due seggi in Europa, gli stessi che aveva ottenuto nel 2014.

La coalizione PS-Spolu, composta da Progresívne Slovensko e Spolu-Občianska demokracia, ha guadagnato il consenso di un elettore su cinque (ad essere onesti il 20,11% di voti alle europee vale appena il 4,5% di tutti gli aventi diritto), e va ad espugnare ben quattro seggi al Parlamento europeo, due per ognuno dei partiti componenti l’alleanza. In Europa, tuttavia, i quattro europarlamentari siederanno in due gruppi politici distinti: i liberali di ALDE per Progresívne Slovensko e i popolari dell’EPP per gli eletti di Spolu. Ma con questo voto viene anche convalidata la crescita della destra estrema: il Partito popolare Nostra Slovacchia (ĽSNS) di Marian Kotleba agguanta i suoi primi due seggi europei come unici rappresentanti a Strasburgo dell’AFP (Alliance for Peace and Freedom) capitana dal Roberto Fiore di Forza Nuova.

I giochi per la campagna elettorale nazionale 2020 in Slovacchia sono dunque già partiti con l’invito, lanciato dai leader di PS-Spolu Michal Truban e Miroslav Beblavý al presidente Andrej Kiska a unire le forze per creare una coalizione di peso in grado di essere maggioritaria. Kiska sta solo aspettando di cedere la poltrona di capo dello Stato a Zuzana Čaputová (il 15 giugno) per lanciare il suo partito, dopo avere molte volte negato l’intenzione. Un progetto che alcuni sondaggi hanno mostrato avere un certo appeal sugli elettori – uno su dieci lo voterebbe certamente, altri tre ci penserebbero seriamente. Il presidente pensa tuttavia che andrebbero coinvolte anche altre forze democratiche come «OLaNO, Libertà e Solidarietà (SaS) e il Movimento Democratico Cristiano (KDH)» e ha invitato i leader di questi partiti a cooperare fattivamente con l’obiettivo di creare una coalizione di governo evitando di «spararsi l’un l’altro piccole frecce velenose».

Su un altro fronte, Pál Csáky, capolista per le europee del partito etnico-ungherese SMK, che non è stato riconfermato come europarlamentare (per soli 396 voti), ha dichiarato che riterrebbe un errore per il suo partito iniziare a tenere colloqui con Most-Hid. Secondo lui ci potrebbe essere spazio per cooperare con gli attuali partiti di opposizione, ma è comunque troppo presto per discuterne. Con Most-Hid, nato anni fa come fronda dell’SMK, ci sono sempre state scintille, rinvigorite da quando, nel 2006, Most è entrato al governo con Smer e SNS tradendo la sua natura di forza di destra moderata. Ma dentro Most-Hid si è avviata una discussione, e il suo capo Bela Bugar – il cui posto peraltro sarebbe in bilico – ha annunciato che sabato la presidenza del partito affronterà diversi temi, tra cui quello di un potenziale approccio con SMK.

Intanto all’interno di Smer-SD la tensione è altissima. Il modestissimo risultato – appena il 15,72%, mentre nel 2014 aveva il 24,09% – ha provocato uno sconquasso tra le fila dei socialdemocratici e critiche aperte da parte di funzionari Smer nella regione di Košice. In una lettera aperta si chiede la testa del leader Robert Fico e dell’ex ministro Kalinak, ancora vice presidente del partito, e ci si augura che sarà l’attuale premier Peter Pellegrini il prossimo presidente socialdemocratico. Braci a lungo ignorate dalla leadership di Smer, che molti si affrettano a sminuire ma che evidentemente non sono espressione di una minoranza, almeno a livello locale, dopo che nelle ultime due tornate elettorali – le regionali del 2017 e le comunali del 2018 – i socialdemocratici hanno perso molte delle loro posizioni. Pellegrini, la cui posizione dentro Smer-SD sembrava ultimamente piuttosto debole, si è detto lieto che finalmente si stia aprendo una discussione su una riforma del partito.

(La Redazione)

Foto NRSR

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