Come il whistleblowing ha cambiato tutto, dalla privacy ai media

Il nostro rapporto con internet, con i media e con la privacy è cambiato grazie a personaggi come Edward Snowden: un estratto da “Leaks” (Luiss University Press), saggio di Philip Di Salvo che approfondisce uno dei fenomeni centrali della nostra epoca: i whistleblower (segnalatore di illeciti), a partire dai casi come WikiLeaks o Cambridge Analytica che hanno segnato il nostro rapporto con la rete e il giornalismo. 

In questi anni quella che è stata definita la “società dell’informazione”, all’apice della sua stessa digitalizzazione, ha dovuto più volte mettersi in discussione e cercare di ristabilire l’equilibrio tra la tendenza utopica e quella distopica della propria interpretazione per cercare di darsi un senso.

Gli studi di caso inclusi in questo volume si caratterizzano come occasioni in cui i temi del digitale, di internet e gli altri ad essi connessi hanno ottenuto l’attenzione del grande pubblico e della politica. L’ascesa (e caduta) di WikiLeaks e Julian Assange, la storia della sua più importante fonte, Chelsea Manning, come quella di Edward Snowden, il whistleblower all’origine delle rivelazioni sulla sorveglianza di massa degli Stati Uniti e dei suoi alleati e il caso Cambridge Analytica, possono essere considerati come alcuni tra i più importanti momenti della storia recente di internet, e tra le più palesi manifestazioni del suo impatto su vari settori della società.

Quello che appare chiaro, anche a breve distanza cronologica dagli eventi stessi, è che queste occasioni hanno marcato un ingresso importante di elementi politico-economici, oltre che sociali, alla discussione attorno alla rete o hanno portato quei dibattiti all’interno dei confini di settori che normalmente facevano capo principalmente all’economia politica. A essere stata superata è quindi forse la credenza che internet abbia superpoteri che possono tenerla lontana da quei territori (McChesney, 2013, p. 15) o ancora che la digitalizzazione avesse creato un mondo a sé, il cyberspazio, senza confini dove non vi fosse spazio per la diplomazia o la realpolitik (Morozov, 2016, p. 94).

Il caso Snowden in particolare ha contribuito, fornendo elementi di evidenza sostanziali e di prima mano, alla comprensione delle potenzialità di internet come strumento di controllo anche per i governi democratici. Le rivelazioni di Snowden, emerse tramite l’operato della stampa, hanno portato il tema della sorveglianza fuori dai surveillance studies e dalla cerchia degli esperti di information security, diventando di fatto mainstream, facendo scaturire un dibattito senza precedenti.

Chelsea Manning, con ogni probabilità l’archetipo del whistleblowing per la sua generazione, ha dimostrato le potenzialità di internet come strumento effettivo di dissidenza digitale e di azione sociale (Ziccardi, 2013, pp. 73-123). La parabola di WikiLeaks nel corso dei suoi primi dodici anni è invece paradigmatica delle potenzialità delle tecnologie digitali e della sicurezza informatica come strumenti di liberation technology (Diamond, 2010) utili al giornalismo e all’attivismo digitale e, allo stesso tempo, emblematica nel mostrare i rischi connessi a una loro potenziale weaponization – la loro trasformazione in strumenti e tattiche con altri fini – come emerso con il coinvolgimento, che appare sempre più com- provato, di WikiLeaks nelle operazioni di hackeraggio dell’intelligence russa nel contesto delle elezioni Usa del 2016, un fenomeno comunicativo-politico sempre più frequente e che la ricercatrice Gabriella Coleman ha definito come “public interest hack” (2017).

Come anticipato prima, invece, l’esplosione del caso Cambridge Analytica, ha disvelato – con un’evidenza fattuale prima non disponibile – un caso plateale di abuso nell’utilizzo dei dati personali degli utenti di internet, contribuendo alla comprensione dei meccanismi che sorreggono l’economia della rete in questa fase storica e sui modi in cui i dati personali online possano essere oggetto di abuso. Tutti questi casi sono stati fortemente mediatizzati e hanno avuto negli organi di stampa i loro canali di diffusione. Ad assimilarli, oltre al fatto di coinvolgere direttamente temi di ambito mediatico e comunicativo, è il fatto di avere nel whistleblowing la loro origine e ambito di riferimento.

Il whistleblowing è una pratica che di certo non è nata con WikiLeaks o Snowden ma che si intreccia con il giornalismo e l’attivismo politico sin dai loro albori. Negli ultimi otto anni ha assunto però una rilevanza ancora più forte e un peso specifico maggiore nell’indirizzare il dibattito pubblico su questi temi, come in altri settori.

Il governo si è dato dei poteri cui non ha diritto. Non c’è controllo pubblico e il risultato è che persone come me hanno la possibilità di andare oltre quello che è concesso loro” ha detto Edward Snowden in occasione del- la sua prima intervista con il Guardian, nel momento in cui decise di uscire allo scoperto come il whistleblower fonte dello scandalo sulla sorveglianza di massa della National Security Agency (Nsa) statunitense, scoppiato pochi giorni prima (Greenwald et al., 2013). Un concetto, in particolare, è molto importante al fine di comprendere fino in fondo il ruolo che il whistleblowing gioca nell’architettura della democrazia e del giornalismo: supervisione pubblica (public oversight nell’originale inglese).

In quanto persone interessate a rivelare potenziali illeciti in pubblico, i whistleblower si sono spesso intrecciati con il giornalismo e i media come canali potenziali per le loro rivelazioni. La relazione tra un whistleblower che decide di diventare una fonte e il giornalista con cui si interfaccia può essere una classica win-win situation per entrambe le parti coinvolte: da un lato il whistleblower può portare documenti inediti o piste investigative nuove, mentre il giornalista può fornire esposizione mediatica, l’ingresso nella sfera pubblica, una voce e la possibilità di favorire un cambiamento. Non è una sorpresa, quindi, che la storia del giornalismo includa diversi esempi di whistleblowing dove il giornalismo ha giocato un ruolo fondamentale. I whistleblower sono quindi da considerarsi tra le fonti più potenti a disposizione dei giornalisti, grazie all’ampio accesso che possono fornire a informazioni altrimenti inaccessibili. In particolare, in contesti dove la censura è forte o la possibilità di accedere a dati pubblici grazie a una legislazione per l’accesso (Freedom of Information Act o Foia) è limitata, i whistleblower possono diventare l’unica chance per i giornalisti che vogliono servire l’interesse pubblico.

Gli anni a partire dal 2009, in particolare, sono stati caratterizzati da una rilevanza crescente di questa pratica nello sviluppo delle tattiche giornalistiche e della cultura del giornalismo stesso. Le tecnologie digitali e le strutture a network dell’ambiente mediatico con- temporaneo, poi, hanno avuto un impatto profondo su come il whistleblowing viene effettuato e su come esso venga incluso nel giornalismo e le sue routine.

(Philip Di Salvo, Wired cc by nc nd)

Foto greensefa cc by
xusenru CC0

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