La Slovacchia è una fonte di speranza europeista

Nel paese di montagna dove cerco rifugio dal caos cittadino, il capolinea dell’autobus è davanti alla taverna, dove finisce la strada. D’inverno la luce del sole è bloccata dai pendii scoscesi che sovrastano le case. A volte sembra un luogo isolato non solo dalla città, ma dall’Europa intera.

Nel gennaio del 2009, pochi mesi dopo l’ingresso della Slovacchia nell’eurozona, mi trovavo qui. Ricordo che il proprietario della taverna mi chiese 50 centesimi per una pinta di birra (il prezzo è ancora lo stesso), osservò divertito la moneta e poi la gettò nel registratore di cassa con la tranquillità di un uomo che non si lascerebbe sorprendere da nessun cambiamento storico.

Quello slovacco si considera un popolo adattabile, testimone passivo di secoli di storia e perfettamente in grado di sopravvivere ai vari imperi che l’hanno dominato (ungherese, tedesco e russo). L’Unione europea è stata il primo impero a cui gli slovacchi hanno aderito volontariamente e al costo di una dura fatica.

Dalla passività alla protesta
Negli anni novanta la Slovacchia era governata dall’autocrate Vladimir Mečiar, notorio bugiardo e precursore dei populisti di oggi. Gli slovacchi hanno dovuto liberarsi di lui prima di avere la minima possibilità di entrare nell’Unione europea.

Dopo la sconfitta di Mečiar, la Slovacchia è diventata una “nazione politica” consapevole dell’importanza di un’Europa democratica di cui voleva ardentemente fare parte. Però, quando sono finalmente entrati nel club, nel 2004, gli slovacchi sono ricaduti nella passività. L’affluenza alle elezioni europee del 2014 è stata la più bassa nell’Unione, appena il 13 per cento. E non perché gli slovacchi disprezzassero l’Ue, ma perché, più semplicemente, sentivano che non c’era bisogno della loro partecipazione.

Nel 2017 i giovani hanno finalmente cominciato a manifestare contro la corruzione

Da quel momento, però, gli eventi hanno costretto la società slovacca a prestare molta più attenzione all’Europa. Nel 2015 la paura degli immigrati ha travolto il vecchio continente, mettendo in difficoltà il primo ministro Robert Fico. Negli ultimi anni i paesi dell’Europa centrale sono stati dominati dai populisti con tendenze autoritarie. Nel 2016 un partito dichiaratamente fascista è entrato nel parlamento slovacco. A quel punto molti slovacchi hanno capito che non si può dare per scontata la democrazia, ma bisogna guadagnarsela combattendo, come era già accaduto negli anni novanta.

Nonostante la Slovacchia sia formalmente una democrazia liberale – con il punteggio più alto per la libertà di stampa tra i paesi dell’Europa centrale – i mezzi d’informazione indipendenti hanno rivelato che la corruzione, da tempo onnipresente nel sistema politico, rappresenta una minaccia molto più grave dell’inesistente spauracchio dei migranti. Dopo una serie infinita di scandali, nel 2017 i giovani hanno finalmente cominciato a organizzare manifestazioni di massa per protestare contro la corruzione.

Un drammatico risveglio
Poi è arrivato il 21 febbraio 2018, giorno in cui il giornalista d’inchiesta Ján Kuciak e la sua compagna, l’archeologa Martina Kušnírová, sono stati uccisi da un sicario. Pochi giorni dopo, le piazze di quasi tutte le città slovacche erano piene di manifestanti. Le proteste sono state ancora più massicce rispetto a quelle del novembre del 1989, alla caduta del regime comunista.

Il primo ministro Robert Fico, dopo aver governato il paese per oltre un decennio, si è dimesso insieme al ministro dell’interno. Ma la coalizione di governo è sopravvissuta con un nuovo primo ministro, che ha scelto di collaborare apertamente con la polizia, facilitando l’arresto del sicario e del mandante dell’omicidio, un uomo d’affari slovacco.

La società slovacca ha scoperto la storia di un imprenditore dai molti amici in politica e nel sistema giudiziario, e con una tendenza a corrompere e ricattare. Gli articoli dei giornali, all’improvviso, sembravano romanzi polizieschi ed erano altrettanto difficili da seguire nonostante si attenessero rigorosamente ai fatti.

Di Martin Milan Šimečka. Leggi il resto su Internazionale

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L’articolo è parte di una serie in cui ventisette giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata da Internazionale in collaborazione con VoxEurop.

Foto FB/Veronika Stanková

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