I Balcani occidentali, il mal di testa dell’Unione europea

La scorsa settimana ho avuto occasione di partecipare all’appuntamento annuale della conferenza titolata “Lo stato dell’Unione” promossa dall’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Per chi si occupa di studi europei è una preziosa occasione per fare il punto sulle questioni cruciali relative al dibattito che riguarda l’Ue e sulle possibili risposte da dare alle sfide che l’Unione sta affrontando.

Quest’anno la conferenza era particolarmente interessante per due ragioni: innanzitutto verteva sul tema della democrazia in Europa nel 21mo secolo e in secondo luogo si teneva a tre settimane dall’appuntamento con le elezioni europee.

Di fronte al crescente populismo in Europa era mia intenzione raccogliere contributi di prima mano da parte di decisori politici europei e degli stati membri, oltre che da parte dell’accademia, su come vedevano il processo di allargamento ai Balcani occidentali e per verificare se l’Unione continuerà con quest’approccio “nel limbo” rispetto al suo giardino di casa.

Delusioni

Con mia grande delusione da cittadina dei Balcani occidentali, la conferenza ha riguardato una serie di questioni molto urgenti sul futuro dell’Europa ma nessuna di queste inerente al sud-est Europa. Come se questa regione non esistesse nemmeno: i Balcani occidentali non sono mai stati nominati.

Di Ue si è parlato spesso utilizzando il termine Europa, nonostante anche i Balcani siano parte integrante dell’Europa. Inoltre pur essendovi una rilevante interrelazione e interdipendenza tra l’Ue e questa regione, il concetto di democrazia è stato guardato solo ed esclusivamente da un’unica prospettiva.

Siamo del tutto consapevoli che l’Ue è sottoposta attualmente a contestazioni crescenti. È lenta nel dare risposte e la recessione democratica in alcuni suoi paesi membri ha portato a mal di testa, frustrazione e generale mancanza di fiducia. Ciononostante, evitare di affrontare il problema dei Balcani non contribuisce a rafforzare l’Unione.

La parola “allargamento” invece è stata fatta quattro volte durante l’intera conferenza. La Commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere Věra Jourová ha definito il grande allargamento del 2004 come uno shock positivo, che se si fosse prolungato troppo sarebbe divenuto problematico. Sulla stessa linea il presidente della Romania Klaus Iohannis: “L’allargamento ha portato notevole progresso alla vecchia Europa […] ha reso l’Unione più ampia, più forte e più competitiva”.

Durante la conferenza sono stati individuati 20 risultati raggiunti dall’Ue negli ultimi 5 anni. Otto di questi erano da collocarsi nel campo della politica estera e tra questi vi era l’accordo raggiunto sulla questione del nome tra la Macedonia del Nord e la Grecia. Ma oltre allo sbandierare questo risultato come un passo che favorirà la pace e la sicurezza nei Balcani dalla conferenza è emerso poco o niente in merito ad una strategia per fare passi ulteriori.

Del resto per quanto riguarda il futuro dell’Europa l’allargamento non sembra emergere come una priorità né per gli stati membri e neppure per i partiti politici che si contenderanno i seggi al Parlamento europeo. Anche nel prossimo summit di Sibiu, promosso dalla presidenza Ue della Romania il prossimo 9 maggio, si discuterà per la prima volta del futuro dell’Europa. Lo si farà in particolare su iniziativa dell’attuale presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La partecipazione sarà però limitata ai soli paesi membri dell’Ue. A Sibiu, “voglio essere sicuro che creiamo un’Europa resiliente – ha dichiarato il Presidente Iohannis – non dobbiamo solo creare un’Unione più ampia ma anche più forte […] rafforzando la sicurezza e migliorando l’integrazione”.

Sulla stessa linea d’onda sembrano essere anche i candidati alla prossima presidenza della Commissione europea. Durante il dibattito promosso a Firenze tra i cosiddetti Spitzenkandidaten questi ultimi hanno discusso del futuro dell’Europa in termini di Europa a più velocità e maggiore cooperazione tra gli attuali paesi membri. Per quanto riguarda la politica estera vi era accordo tra centro-destra e centro-sinistra sulla necessità di adottare una strategia sull’Africa. Nessuno ha però fatto alcun riferimento a come relazionarsi ai Balcani.

La summitologia dei Balcani occidentali

L’Ue è conosciuta per le sue risposte lente. Del resto dover ricercare un accordo tra tutti i 28 stati membri è ogni volta una sfida e richiede molto tempo. Per ovviare ad una pazienza dei Balcani occidentali che si sta lentamente esaurendo la Commissione europea ed alcuni tra i principali stati dell’Unione tengono i leader della regione impegnati in vari summit che si susseguono e accavallano.

A volte pare però che i frutti di questa “summitologia” da parte dell’Ue stiano iniziando a marcire e che quest’approccio non sia più attraente come lo era nel 2014 quando è stato avviato il cosiddetto Processo di Berlino. Nonostante questa “fatica da summit” il prossimo 8 maggio i leader dei Balcani occidentali si ritroveranno per l’ennesima volta alla presenza dell’Alta rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini. Il summit si terrà a Tirana nel contesto del Processo Brdo-Brijuni, un’iniziativa diplomatica di alto livello su cadenza annuale lanciata da Slovenia e Croazia nel 2013 con l’obiettivo di aumentare la cooperazione e il dialogo strategico nella regione.

Il Summit di Tirana si focalizzerà sul dialogo tra Pristina e Belgrado e, visto quanto emerso dall’ultimo summit a Berlino, le aspettative sono molto basse.

(Gentiola Madhi, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa cc by nc nd)

Foto sferrario CC0

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