9 maggio festa dell’Europa. Da Schuman a oggi un tempo da ricordare

Di Riccarda Lopetuso. “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi […]”. È l’incipit della Dichiarazione Schuman pronunciata al Quay d’Orsay nella sala dell’orologio dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman: erano le 16 del 9 maggio 1950 e quella data, divenuta la Festa dell’Europa, è considerata la data di nascita dell’integrazione europea.

Sforzi creativi al servizio della pace
A partire della Dichiarazione Schuman, con il senno di poi, possiamo affermare che ne sono serviti tanti, di sforzi creativi, in quasi 70 anni di storia del progetto europeo, messosi in cammino quel giorno di maggio in cui Schuman compiva, a nome della Francia, il primo decisivo passo verso gli altri Stati europei e tracciava la rotta dell’integrazione e della cooperazione europea.

Qualche anno dopo, oltre agli sforzi creativi evocati da Schuman, servì la lungimiranza dei Padri Fondatori che a Roma firmarono i Trattati Cee e la tenacia di Sicco Mansholt, l’ideatore della Politica agricola comune.

Trent’anni fa, a compiere un ulteriore sforzo creativo è stato Jacques Delors,  riuscito a togliere l’allora Comunità europea dalla tiepidezza in cui era piombata negli anni precedenti e a renderla – grazie all’Atto Unico e al Trattato di Maastricht – il progetto di cooperazione regionale più riuscito di sempre.

Perché pur se criticata e talvolta rinnegata, l’Unione europea- che qui celebriamo, a due settimane da importantissime elezioni europee -, è oggi necessaria, come 70 anni fa. E se adesso agire assieme e condividere la nostra sovranità nazionale è vitale per rispondere alle sfide del mondo globalizzato, ieri, nei primi anni post-bellici, l’integrazione europea fu lo strumento atto primariamente a “servire la pace”, come recita un altro passo della Dichiarazione Schuman. Quella pace data oggi per scontata nel Vecchio Continente, ma legata ad un filo sottilissimo negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Lo scenario post-bellico e la Dichiarazione Schuman
Terminato il secondo conflitto mondiale, la cortina di ferro era calata sull’Europa. La Germania, divisa in due, costituiva un dilemma per le nazioni europee. Nel 1949 nella Germania Ovest si erano tenute nuove elezioni e il Paese riacquistava standard democratici e forza economica. L’Europa si ritrovò ad affrontare il problema del riarmo tedesco con inevitabili timori francesi.

Furono gli Stati Uniti per primi a garantire agli altri Stati europei -che dai tedeschi avevano subito occupazioni – il loro impegno, auspicando però che la rinascita politica della Germania avvenisse in un quadro di cooperazione come era accaduto con l’Oece, organizzazione che aveva coordinato gli aiuti del Piano Marshall.

L’integrazione politica, economica e soprattutto militare della Germania accelerarono le spinte di chi pensava che solo in uno scenario unitario e cooperativo  potevano essere garantite all’Europa pace e un pieno recupero di tutte le nazioni, allontanando dal Vecchio Continente i pericoli derivanti dalla cortina di ferro e del riarmo tedesco. La Germania, infatti, dopo le elezioni che avevano eletto Konrad Adenauer cancelliere, pur se vietatole dal Trattato di pace, reclamava un esercito.

In Europa, ma soprattutto nella Francia aggredita dai tedeschi tre volte nei 70 anni precedenti, era tornata la paura. E fu proprio la Francia, spaventata dalla Germania che rialzava la testa, a compiere il primo, storico passo. Nei giorni precedenti al 9 maggio, Schuman e il suo consigliere Jean Monnet avevano preparato la dichiarazione destinata a cambiare per sempre la storia del Vecchio Continente; il cancelliere tedesco Adenauer conosceva già le intenzioni dei francesi e si era dimostrato subito concorde.

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Foto: monumento di Scy-Chazelles, Francia (Geertivp cc by sa)
Da sinistra: Alcide de Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer 

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