Secondo l’Onu un milione di specie viventi sono a rischio estinzione

Tra poco più di un decennio, un milione di specie vegetali e animalipotrebbero non esistere più. Tra queste, gli scoiattoli rossi, i ricci, i pipistrelli, le farfalle blu, le allodole e le api. A lanciare l’allarme è la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes), un organismo interno all’Onu, in un report di 1800 pagine pubblicato oggi e firmato da 400 scienziati provenienti da più di cento paesi.

Il testo, frutto di più di tre anni di studi, è un atto d’accusa nei confronti degli effetti delle attività umane sull’ecosistema.

Le attività antropiche, si legge, hanno “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”, mettendo a rischio la sopravvivenza delle centinaia di migliaia di esseri viventi che li popolavano. Tra i responsabili ci sono la deforestazione, la cementificazione, la caccia, la pesca e l’agricoltura intensiva e anche il cambiamento climatico. Secondo il report, il 5% delle specie sarebbe infatti a rischio di estinzione se la temperatura globale aumentasse di due gradi, mentre la percentuale salirebbe fino al 16% se l’aumento fosse di quattro gradi.

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Secondo gli scienziati, la responsabilità dell’uomo è evidente se si analizza soprattutto un fattore: il tempo. Le specie animali e vegetali, infatti, si sono sempre estinte ma mai nel giro di pochi anni: si parla, in questo caso, di un tasso di estinzione considerato migliaia di volte più alto rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 10 milioni di anni.

Stiamo erodendo i pilastri stessi delle nostre economie, i nostri mezzi di sostentamento, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita del mondo intero”, ha detto Robert Watson, presidente dell’organismo dell’Onu sulla biodiversità, secondo il quale questa estinzione di massa, la prima causata dall’uomo, avrà conseguenze importanti anche nella vita di tutti noi: dal cibo alla produzione di energia.

Cosa fare per evitare il peggio

Secondo gli esperti, la situazione è così grave che non è possibile affidarsi alla buona volontà dei singoli per cambiare il corso degli eventi: devono essere i governi a prendere in mano la situazione. Secondo Jonathan Baille della National Geographic Society, per esempio, bisognerebbe aumentare il numero delle aree naturali protette ed assicurarsi che siano il 30% del totale dei comprensori entro il 2050.

Yann Laurans dell’Iddri, l’istituto francese per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali, pensa anche che sarebbe necessario diminuire il consumo di pesce e carne nella nostra dieta. Lo sfruttamento dei terreni agricoli legato all’allevamento è infatti tra le principali cause di questa diminuzione della biodiversità (oggi il 70% della superficie coltivabile è destinata alla produzione di mangime e foraggio).

In generale, tutti gli stati dovrebbero poi ripensare al modo in cui producono energia, smaltiscono i rifiuti e sfruttano il terreno, in modo da ricalibrare l’impatto dell’uomo sull’ecologia.

(Giulia Giacobini, Wired cc by nc nd)

Foto Oldiefan CC0, Pxhere CC0

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