Mazzola: l’ex capo della polizia Tibor Gašpar aveva mentito su Vadalà

Venerdì 20 aprile è andato in onda sul TG1 un servizio di Maria Grazia Mazzola che svela come l’ex comandante del corpo di polizia slovacco Tibor Gašpar, costretto alle dimissioni la scorsa primavera dal primo ministro Peter Pellegrini dopo enormi proteste di piazza che ne chiedevano la testa, aveva mentito sulle notizie a sua disposizione riguardo alle collusioni di Antonino Vadalà con la ‘ndrangheta. Mazzola, che già si era occupata della morte del giornalista investigativo Kuciak e di Antonino Vadalà, nota come la presenza della ‘ndrangheta in Slovacchia era stata segnalata dalle autorità italiane, che ritenevano credibile il fatto che Vadalà, oggi in carcere in Italia per traffico internazionale di droga, avesse costituito in Slovacchia una ndrina, ovvero una cellula affiliata alla ‘ndrangheta.

Vedi il servizio del TG1 a questo link.

Gašpar aveva affermato in un messaggio video sulla pagina Facebook del Corpo di polizia nazionale, come da noi pubblicato il 3 marzo 2018, che non era vero, come apparso sui media, che le autorità di sicurezza slovacche, o la procura, avevano ricevuto avvertimenti da parte dei procuratori italiani su cittadini italiani residenti nella Slovacchia orientale. Mai, aveva detto, “abbiamo ricevuto, per quanto si possa ritrovare negli archivi, informative dall’Italia sulla necessità di monitorare certe persone di cittadinanza italiana”. Gašpar aveva rincarato la dose dicendo che esistono dei dossier per i quali la polizia e le autorità giudiziarie italiane hanno collaborato, ma «li abbiamo tutti iniziati noi», vale a dire la collaborazione è stata sollecitata dagli slovacchi, e non il contrario. «Noi abbiamo chiesto informazioni, attraverso l’Interpol», ma abbiamo avuto scarse informazioni, e molto in ritardo». Queste dichiarazioni avvenivano pochi giorni dopo il ritrovamento dei cadaveri di Ján Kuciak e Martina Kušnírová nella loro casa di Veľká Mača, crimine per il quale erano stati fermati sette italianirilasciati pochi giorni dopo, sui quali il giornalista Kuciak aveva scritto copiosamente nel suo ultimo articolo rimasto incompleto, e che Buongiorno Slovacchia ha pubblicato per primo in italiano.

Ma nei giorni precedenti i media italiani avevano scritto che per la procura antimafia di Reggio Calabria i nomi di Antonino e Bruno Vadalà, e quello di Pietro Catroppa erano noti da molto tempo come contigui alla ‘ndrangheta. Anzi, quei nomi di cittadini italiani residenti in Slovacchia erano stati comunicati anni prima alla polizia slovacca come persone degne di attenzione. Era stato anche Gaetano Paci, sostituto procuratore di Reggio Calabria, a confermare all’Ansa che il suo ufficio aveva fornito informazioni sui presunti legami del trio con la ‘ndrangheta calabrese. «Il sospetto – spiegava Paci – era nato focalizzando i movimenti degli arrestati, tutti appartenenti e collegati a famiglie mafiose di Bova Marina e di Africo Nuovo, per l’improvviso esplodere di posizioni di grande valore economico ed imprenditoriale in Slovacchia cui erano divenuti titolari».

Tibor Gašpar all’inizio di marzo 2018 ancora si sentiva “coperto”. Il “suo” ministro degli Interni Robert Kaliňák, che lo aveva nominato nel 2012, si sarebbe dimesso solo una settimana più tardi, seguito a breve dal premier Robert Fico, entrambi suoi grandi estimatori e difensori. Ma ancora alla fine del mese Gašpar aveva confermato la scarsa collaborazione della polizia italiana anche in televisione sul canale Markiza (si parla di Italia dal minuto 15.47) mentre il giornalista Michal Kovačič lo incalzava mostrandogli la comunicazione ufficiale tra procura italiana e l’ambasciata slovacca a Roma.

Ora Maria Grazia Mazzola porta alla luce rapporti di polizia dell’Europol che mostrano come Gašpar non abbia detto la verità. Le informazioni sul Vadalà e i suoi associati risultano comunicate dalla DIA, la Direzione investigativa antimafia, all’ufficiale di collegamento dell’Ambasciata slovacca a Roma fin dal 2013. Esistono quattro lettere tra la DIA e l’Ambasciata dal 18 marzo al 21 novembre 2013, dice Mazzola, relativamente all’uso illecito di fondi europei da parte di cittadini italiani in Slovacchia (si tratta di circa 68 milioni di euro).

Inoltre, nella comunicazione alla DIA del 2 agosto l’Ambasciata scrive che «la polizia slovacca presuppone che Vadalà abbia fondato sul territorio slovacco una ‘ndrina». La DIA, nell’ultima lettera all’Ambasciata slovacca nel novembre 2013, scrive che Vadalà, in visita a Bova Marina, comune della costa ionica nella cintura metropolitana di Reggio Calabria, aveva incontrato persone vicine alla ‘ndrangheta.

Della comunicazione tra DIA e Slovacchia, va detto, se ne era parlato ampiamente quando vennero arrestati i calabresi dopo l’omicidio Kuciak. Giovanni Bianconi ne aveva scritto sul Corriere della Sera, riportanto la cronologia delle informative e perfino il loro numero di protocollo.

In ogni caso, che Antonino Vadalà era uomo degno di attenzione per le forze di sicurezza slovacche sarebbe dovuto bastare il fatto che l’Italia aveva chiesto e ottenuto la sua estradizione nel 2003 nell’ambito di una inchiesta sul clan Libri di Reggio Calabria, proprio nel periodo del suo trasferimento in Slovacchia. In quelle carte Vadalà era ritenuto colpevole di avere aiutato a nascondere Domenico Ventura, condannato per il brutale omicidio di un membro di un clan rivale. A dimostrarlo ci sarebbero conversazioni telefoniche tra Vadalà e il capoclan Francesco Zindato. Ma Vadalà fu rilasciato per mancanza di prove. In un altro caso, la corte affermò nella sentenza che Vadalà era tra le «persone più fidate» di Zindato.

(La Redazione)

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