Alle elezioni europee di quest’anno si vota anche per il clima

La questione dei cambiamenti climatici si fa sempre più assillante. La UE punta ad arrivare a un sistema energetico competitivo, sicuro e sostenibile. Ma molto dipenderà dalla composizione del prossimo Parlamento.

Le emissioni tornano a crescere
Con qualche rara seppur significativa eccezione, la preoccupazione di limitare l’incremento della temperatura del pianeta a +2°C rispetto all’era preindustriale, è diventata planetaria. Anzi, un recente rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) denuncia la necessità di stabilire una soglia di aumento ancor più bassa.

Dunque, il fatto che dopo tre anni di riduzione o di aumento assai contenuto le emissioni di CO2 abbiano ripreso a correre non può che destare profonda apprensione. Le emissioni sono risalite nel 2017 dell’1,6 per cento rispetto all’anno precedente e poi ancora del 2,7 per cento nel 2018 raggiungendo il record di 37,2 gigatonnellate. Un ulteriore incremento per il 2019 resta probabile. Qualche mese fa, gli scienziati dell’UK Met Office hanno dichiarato che quest’anno registrerà la crescita nelle concentrazioni di CO2 in atmosfera più alta nei 62 anni di misurazione diretta.

Le strategie della Ue
Se è lecito investigare cosa sia andato storto in questo triennio, è altrettanto auspicabile che l’Ue e i suoi membri prendano una posizione netta sul problema, in particolare con l’approssimarsi delle elezioni europee di maggio.

Sarebbe necessario coltivare una strategia su due binari: da una parte, moltiplicare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi e, dall’altra, porre il tema dei cambiamenti climatici all’interno di tutti gli accordi di carattere industriale e strategico che vengono continuamente approntati, firmati e messi in esecuzione dai paesi che appartengono all’Ue. Gli stati membri – e i partiti che si candidano al governo dell’Unione – dovrebbero impegnarsi ad andare molto oltre le generiche raccomandazioni e auspici e il formale richiamo allo “sviluppo sostenibile”, concetto sempre più importante ma davvero svalutato nell’uso routinario e di facciata che vediamo tutti i giorni.

Un ruolo fondamentale nell’incremento delle emissioni lo si deve alla dinamica della domanda di energia. Si prevede che il gas naturale cresca dell’1,6 per cento l’anno nel periodo 2017–2040 raggiungendo la cifra record di 5,3 trilioni di metri cubi, ovvero il 25 per cento del totale dei consumi mondiali. Anche il petrolio è dato in crescita, seppure più lenta (0,4 per cento per anno). Nel mondo c’è stata una riduzione del consumo di carbone, che potenzialmente potrebbe aver raggiunto il suo picco di domanda. Nel complesso, tuttavia, nonostante i progressi economici degli ultimi venti anni, negli ultimi dieci, solo in dieci paesi del G20 si è registrata una riduzione delle emissioni di CO2 pro capite.

In buona parte, l’incremento delle emissioni dipende da una insufficiente riduzione da parte dei paesi industrializzati (e dunque anche dell’Ue) e dall’aumento della domanda di energia dei paesi in via di sviluppo, dove tuttavia le emissioni pro capite rimangono molto al di sotto di quelle dei paesi industrializzati. Le emissioni complessive si ridurranno quando l’uso delle fonti fossili diminuirà per la crescita generalizzata della domanda di energia con tecnologie a basse o nulle emissioni che sostituiranno rapidamente quelle esistenti.

Il clima in campagna elettorale
I partiti che si candidano a rappresentarci nella prossima tenzone elettorale (in Italia, ma non solo) dovrebbero presentare con più chiarezza la propria posizione rispetto agli obbiettivi che l’Ue si è data in termini di efficienza, consumo di energia fossile, importanza delle rinnovabili.

Obiettivi già definiti nel 2010 con la pubblicazione del documento “Europa 2020: la strategia europea per la crescita” sottoscritto dall’allora presidente José Barroso e pubblicato nel bel mezzo della tempesta economica. La strategia reclamava un ruolo per l’Europa per una crescita che fosse “intelligente, sostenibile e inclusiva” e nello specifico capitolo su “Cambiamenti climatici ed energia” indicava dei precisi obiettivi – da raggiungere entro il 2020 – che riguardavano

– la riduzione del 20 per cento delle emissioni di gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990
– raggiungere almeno il 20 per cento della quota di rinnovabili sul totale dell’offerta di energia
– aumentare del 20 per cento l’efficienza energetica, ovvero il rapporto tra domanda di energia e prodotto interno lordo.

Nel corso degli anni, e man mano che la scadenza del 2020 si avvicinava, gli obiettivi sono stati resi più ambiziosi e l’anno di riferimento spostato al 2030. Nell’ottobre 2014, il Consiglio europeo ha infatti concordato un nuovo quadro per il clima e l’energia, che comprende obiettivi di riduzione e obiettivi politici a livello dell’UE per il periodo compreso tra il 2020 e il 2030. Aspirazioni che mirano ad aiutare l’UE a realizzare un sistema energetico più competitivo, sicuro e sostenibile e favoriscono l’obiettivo a lungo termine di riduzione delle emissioni di gas serra del 2050.

Il problema però resta chiaro ed evidente: riuscirà la politica a imporre un’ulteriore accelerazione, coerente con l’urgenza di agire che la comunità scientifica sottolinea ogni giorno? La composizione del nuovo parlamento aiuterà o meno queste scelte fondamentali per il futuro del pianeta?

L’accordo sul clima, firmato a Parigi nel 2015, ha l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura della terra al di sotto dei 2 gradi, rispetto ai livelli precedenti l’inizio del riscaldamento globale. Il limite potrebbe però non essere sufficiente e da più parti si reclama uno sforzo aggiuntivo a non superare 1,5 gradi.

Il nuovo Parlamento europeo avrà un ruolo fondamentale: dovrà adottare politiche molto più incisive di quelle varate finora. Il tema, tuttavia, non sembra rientrare tra quelli della campagna elettorale.

E l’Italia?
Non tutti i partiti italiani hanno finora presentato un programma completo per le elezioni europee 2019 ma, quando lo hanno fatto, dedicano al tema solo poche righe. Per esempio, il programma elettorale presentato nel 2018 dal segretario della Lega rappresenta il punto di partenza per la campagna elettorale di quel partito. Al tema clima riserva 450 parole. Nei dodici punti che costituiscono il programma di Forza Italia, il clima è al dodicesimo posto e gli vengono dedicate 94 parole. Nel programma elettorale per l’Europa presentato dal Pd nel 2018, i temi collegati ad ambiente e clima sono riassunti in 740 parole, mentre il programma del M5s spende sulla questione 245 parole. Mettendo insieme i testi dei programmi si ottiene un fiume di oltre 65 mila parole la cui immagine è riportata nel wordcloud qui sotto. Chi trova le parole “clima”, “ambiente”, o “cambiamento climatico” vince un premio.

(Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, lavoce.info)

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