La ricchezza delle nazioni e la povertà dei popoli

Di Ugo Tramballi, febbraio 2019 – Un paio di settimane fa sono stato invitato dal governo dell’Oman a partecipare a una conferenza per discutere come, entro un ventennio, quel paese del Golfo si libererà dalla dipendenza degli idrocarburi. Si tratta di riformare l’intera economia di un paese e non è facile: se non la bancarotta, prima di un eventuale successo, il governo che ci prova rischia il consenso popolare.

A “Oman 2040 Vision” alcuni esperti internazionali di sviluppo economico hanno detto cose sagge. Per esempio che non basta decidere di cambiare: bisogna anche decidere con attenzione come cambiare. Un paese gas-petrolifero come l’Oman, con cinque milioni di abitanti, 100% di alfabetizzazione e un reddito pro-capite di 45,5mila dollari non può investire nel tessile come il Bangladesh, con 145 milioni di abitanti e un reddito di 1.516 dollari.

Un’altra cosa necessaria per un paese che vuole crescere e diversificarsi, se governato e misurato, è l’apporto dei lavoratori stranieri: quelli che ormai conosciamo come “migranti economici”, che molti pensano siano la causa di tutti i nostri problemi e che respingiamo come lebbrosi. In Italia e anche in Francia. A Singapore e in Oman i lavoratori stranieri sono uno ogni 2,4 indigeni; in Bangladesh uno ogni 534.

Non so se questo può essere utile alla ostica causa del “Porre i problemi nella loro giusta dimensione”. Ma i lavoratori americani della Silicon Valley sono il 54%, e solo il 18 d loro è nato in California; fra gli imprenditori gli stranieri sono il 58%.

Ricardo Hausmann che ha portato queste cifre da Harvard, dove è il direttore del Centro per lo sviluppo internazionale, ha offerto un altro dato che mi ha colpito: oggi il reddito pro-capite più alto è quello di Singapore: 55mila dollari l’anno; il più basso, di 228, è del Malawi. Dai tempi di Adam Smith che nel 1776 scrisse “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, la differenza fra il paese più ricco e quello più povero di quelli allora conosciuti, era “fattore 4”. Oggi è “fattore 256”.

Quando critichiamo la globalizzazione, tendiamo a ignorare che in questi tre decenni ha distribuito la ricchezza, permettendo a molti paesi poveri di crescere in maniera fenomenale. Ma è una distribuzione matematica, non reale. Sono anni che l’economia del Bangladesh cresce esponenzialmente, ma il reddito pro-capite dei suoi cittadini vale 534 dollari.

È questa ingiustizia distributiva che giustifica la crescita dei populisti in Italia e nel resto dell’Occidente. Pochi giorni prima di “Oman 2024”, al World Economic Forum di Davos Bill Gates aveva portato un dato finalmente confortante: i poveri nel mondo sono diminuiti dal 94% del 1820 al 10 di oggi. Entusiasmante, ma è un calcolo a spanne. Jason Hickel della University of London e autore di The Divide: A Brief Guide to Global Inequity and its Solutions(Random House, 2017), ricorda che dati credibili sulla povertà sono stati raccolti solo a partire dal 1981.

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Foto futurilla cc by sa

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