Emozionante incontro con Sergio Tazzer alla presentazione di “Cecoslovacchia e Italia Cent’anni di Storia”

Per Loris Colusso, editore di Buongiorno Slovacchia, emozionante incontro con Sergio Tazzer, a San Donà di Piave, in occasione della presentazione della sua opera “Cecoslovacchia e Italia Cent’anni di Storia”. Entrambi Veneti, entrambi uniti alla storia della Ceco-Slovacchia degli ultimi anni… Il nostro editore ci ha confidato di aver rivissuto, durante la presentazione del libro, i suoi ultimi 35 anni di storia Cecoslovacca (fino al 31 dicembre 1992), poi diventata, dall’1 gennaio 1993 storia Ceca e Slovacca.

Nella presentazione è stata ricordata la figura di Milan Rastislav Štefánik, uno dei padri fondatori della Cecoslovacchia che con gli ambienti diplomatici francesi organizzò le legioni straniere formate da cechi e slovacchi che combatterono per l’indipendenza dall’Austria-Ungheria. Morì il 4 maggio 2019, mentre ricopriva la carica di Ministro della Guerra della Prima Repubblica cecoslovacca, precipitando a bordo di un aereo italiano vicino a Bratislava, in un volo che lo riportava a Praga proveniente da Udine. Nell’incidente, oltre allo Štefánik, rimasero uccisi il tenente pilota Marinelli, un sergente pilota e il motorista dell’apparecchio.

Ricordata ovviamente l’occupazione austroungarica, le Guerre per l’Indipendenza ma soprattutto la Grande Guerra, per la rilevanza avuta per entrambe le nazioni e non a caso anche per San Donà di Piave, dove scorre appunto il Piave, fiume sacro alla Patria.

I nostri eroi Silvio Pellico e Piero Maroncelli, condannati a morte il 21 febbraio 1821, pena poi commutata a 20 anni di carcere nella fortezza austriaca di Spielberg, sita in Brno, oggi seconda città della Repubblica Ceca.

Dopo la Prima guerra mondiale arriva l’indipendenza della Cecoslovacchia, proclamata ufficialmente a Praga il 28 ottobre 1918. Assieme a Štefánik non potevano essere dimenticati Tomáš Masaryk, primo Presidente della Repubblica Cecoslovacca dal 14 novembre 1918 al 14 dicembre 1935 ed Edvard Beneš, che gli è succeduto fino all’occupazione tedesca e poi in esilio: massimi esponenti e protagonisti del movimento per l’indipendenza cecoslovacca.

Con le firme conclusive della Conferenza di Monaco, giunte all’una del mattino del 30 settembre 1938 Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia sancirono che la Cecoslovacchia (nemmeno invitata alla discussione) fosse sacrificata per il bene della pace e per assecondare le richieste di Hitler di annessione del territorio dei Sudeti, della Slesia meridionale e di parte del territorio, che precedentemente segnava il confine tra Cecoslovacchia ed Austria.

Qualcuno fra il pubblico ha ricordato la possibilità di vedere un certo parallelismo fra Štefánik, Masaryk e Beneš con i nostri Garibaldi, Mazzini e Cavour.

Poi, ha continuato Tazzer, l’occupazione nazista: a seguito dell’insurrezione del popolo ceco del 1939 venne mandato, per soffocare ogni possibile tentativo di resistenza ceca, il generale delle SS Reinhard Heydrich, che instaurò un regime di terrore che gli valse l’appellativo di “macellaio di Praga”. Il 27 maggio 1942, dopo un segnale convenuto, il caporalmaggiore slovacco Jozef Gabčík provò a sparare con il mitra all’auto di Heydrich che si stava avvicinando, ma il mitragliatore si inceppò. Il Reichsprotektor, che aveva compreso quel che stava succedendo, estrasse la pistola… un secondo uomo, il caporalmaggiore Jan Kubiš gettò una bomba a mano sotto l’auto del generale, facendola saltare in aria, dandosi poi alla fuga. Il generale, ferito gravemente, ma non morto, spirò qualche giorno dopo forse a causa delle cure.

A seguito dell’attentato, il generale Kurt Dalauge, che prese il posto di Heydrich, scatenò il terrore contro la popolazione. Fu annunciata una ricompensa di dieci milioni di corone per chi avesse aiutato a trovare gli esecutori dell’attentato e la pena capitale per tutti coloro che li avessero aiutati.

Il giorno dopo i funerali di Heydrich il 9 giugno 1942, i nazisti rasero al suolo il villaggio di Lidice per rappresaglia: fucilarono 199 uomini (173 uomini al villaggio e 26 a Praga), 95 bambini furono presi come prigionieri (81 di essi poi furono uccisi nei campi di sterminio in Polonia, 8 dati in adozione a famiglie tedesche), mentre 195 donne furono immediatamente deportate nel campo di concentramento di Ravensbruck.

Tutti gli adulti, sia uomini sia donne, nel villaggio di Ležáky furono uccisi. Entrambi i paesi furono dati alle fiamme e le rovine di Lidice livellate, come se non fosse mai esistita.

Come la Prima guerra mondiale passò anche la Seconda. Edvard Beneš che a Londra ricostruì il governo in esilio della Cecoslovacchia rientrò in patria nel 1945, in una situazione radicalmente cambiata: il suo paese faceva ormai parte della sfera di influenza sovietica… Beneš tentò una politica di amicizia con l’URSS e di collaborazione con i comunisti all’interno: il colpo di Stato comunista del 1948 fece fallire il suo progetto. Messo di fronte alla nuova Costituzione, Beneš non volle firmarla ed il 7 giugno 1948 si dimise.

A Beneš succedé Klement Gottwald, uno dei fondatori, nel 1921, del Partito Comunista Cecoslovacco (KSČ). Diventato presidente della Terza Repubblica Cecoslovacca, Gottwald istigò una serie di purghe, prima per rimuovere i non-comunisti, ma poi anche contro i comunisti stessi. I principali comunisti vittime di tali purghe erano gli accusati ai Processi di Praga, tra cui Rudolf Slánský, segretario generale del partito. L’autore si è soffermato su Vladimír Clementis (Ministro degli Esteri) e su Gustáv Husák (leader di un corpo amministrativo responsabile per la Slovacchia), che fu poi rimosso dall’ufficio per “nazionalismo borghese”. Clementis fu giustiziato nel dicembre 1952, e centinaia di altri ufficiali di governo furono mandati in prigione. Husák fu riabilitato negli anni ’60 e divenne presidente della Cecoslovacchia nel 1975. Sergio Tazzer ha ricordato la sbiancatura della fotografia in cui appariva Clementis che, dopo l’accusa, fu cancellato (insieme al fotografo Karel Hájek) dalla propaganda di Stato.

Il racconto arriva alla Primavera di Praga che iniziò il 5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere, terminando il 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo militare dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia invase il paese. Le riforme di Dubček intendevano concedere nuovi diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia e alla democratizzazione. Le libertà concesse inclusero un allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento. Dopo una discussione nazionale sulla possibilità di dividere il paese in una federazione di tre repubbliche Boemia, Moravia-Slesia e Slovacchia, Dubček sostenne la decisione per la divisione della Cecoslovacchia in due nazioni distinte ovvero la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca. Questo è stato uno dei pochi cambiamenti – che sarebbe comunque divenuto operativo solo dopo la fine del blocco sovietico.

La stagione delle riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000 soldati e tra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati invase il paese. Le unità principali che effettuarono l’invasione erano le formazioni corazzate e meccanizzate del Gruppo di forze sovietiche in Germania. Il grosso dell’esercito cecoslovacco, forte di 11-12 divisioni, obbedendo ad ordini segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con l’allora Germania Ovest allo scopo di agevolare l’invasione e impedire l’arrivo di aiuti dall’occidente.

gabciA seguito dell’invasione sovietica, Jan Palach (n. 11.08.48 – m. 19.01.69) e alcuni suoi amici decisero di manifestare il loro dissenso attraverso una scelta estrema: immolare le proprie vite suicidandosi. Erano cinque e Palach fu il primo. Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 il giovane si recò in piazza San Venceslao al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Il 20 gennaio si diede fuoco Josef Hlavatý, operaio ventiseienne, morendo cinque giorni dopo. Il 25 febbraio si autoimmolò Jan Zajíc, studente di diciannove anni. Il 4 maggio, venerdì santo, fu la volta di Evžen Plocek, operaio trentanovenne.

Sergio Tazzer continua e illustra come subito dopo l’invasione Gustáv Husák, primo segretario (e dal 1971 segretario generale) del Partito Comunista della Slovacchia (succedendo a Dubček), nell’aprile del 1969 cumulò questa carica con quella di segretario del KSČ. Nel 1975 egli venne eletto presidente della Cecoslovacchia: durante i suoi quindici anni di leadership la Cecoslovacchia fu una delle più fedeli alleate dell’URSS, e lui stesso ricevette nel 1983 il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Nel 1987 si dimise dagli incarichi di partito lasciando il potere a Miloš Jakeš e Ladislav Adamec, leader più giovani che stavano emergendo in quegli anni. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e il conseguente disfacimento dell’URSS, rinunciò anche alla presidenza della Cecoslovacchia. Espulso dal KSČ nel febbraio del 1990, venne successivamente ignorato dai vertici e morì l’anno seguente.

La Rivoluzione di velluto fu il processo politico che, tra il novembre e il dicembre 1989, condusse alla dissoluzione del regime comunista cecoslovacco. Cominciò il 17 novembre 1989 con una manifestazione pacifica a Praga organizzata alla vigilia della Giornata Internazionale degli Studenti da parte di studenti di scuole superiori e università slovacchi, che presentarono le loro richieste per una riforma del sistema educativo. Il giorno dopo, sempre a Praga, la manifestazione per la Giornata Internazionale degli Studenti organizzata dall’Unione Socialista della Gioventù (l’ala giovanile del Partito Comunista) giunse a radunare 50.000 persone.

Tale evento scatenò una serie di dimostrazioni popolari dal 19 novembre fino alla fine di dicembre, contro il regime del Partito Comunista della Cecoslovacchia, che controllava il paese dal 1946. Nuovi movimenti guidati da Václav Havel vennero alla superficie, invocando l’idea di una società più unita con un cambiamento dello stato. Entro il 20 novembre i dimostranti pacifici riuniti a Praga passarono da 200.000 a quasi mezzo milione di persone. Il segretario del Partito Comunista della Cecoslovacchia, Miloš Jakeš, si sentì costretto a dimettersi.

Le manifestazioni portarono al crollo definitivo del partito e guidarono il paese verso una repubblica parlamentare. Il 29 dicembre 1989 venne nominato Havel come presidente della Cecoslovacchia. Le prime elezioni democratiche si svolsero nel 1990.

Tazzer ha ricordato come Alexander Dubček, acclamato durante la Rivoluzione di Velluto dopo la caduta del regime comunista, fu riabilitato ed eletto presidente del Parlamento federale cecoslovacco. In questa veste si batté, come il capo di Stato ceco Vaclav Havel, contro la divisione della Cecoslovacchia e compì l’ultimo suo atto politico, rifiutandosi di firmare la legge sull’epurazione, nel timore che essa avrebbe creato nel paese un pericoloso clima di vendetta. Morì poco tempo dopo, il 7 novembre 1992, per le ferite riportate in un incidente autostradale avvenuto il 1º settembre nei pressi di Humpolec.

Morto Alexander Dubček, che indubbiamente aveva contribuito a mantenere il Paese unito, il parlamento cecoslovacco, il 25 novembre 1992, votò a favore della divisione in due della nazione, che ha dato origine a due Stati indipendenti: Repubblica Ceca e Slovacchia.

La divisione, ufficiale dal 1º gennaio 1993, venne realizzata mediante negoziati tra i due rappresentanti politici, l’allora Primo Ministro slovacco Vladimir Meciar e il suo omologo ceco Vaclav Klaus a Villa Tugendhat, a Brno.

Tazzer ha ricordato come sia stato proprio l’allora ex Ministro degli esteri italiano Gianni De Michelis che si è mosso per primo per allacciare rapporti ancor prima della rivoluzione di Velluto, ma soprattutto dopo con le iniziative internazionali “Quadrangolare” e “Pentagonale”… E, ha aggiunto Colusso, togliendo per i cecoslovacchi la necessità del visto di entrata in Italia. La cosa, al tempo rivoluzionaria, ha portato un immenso beneficio per il turismo in Italia, soprattutto alle spiaggie del Nord: basti a pensare a Bibione che, anche grazie a questo, è diventata – da ottava che era – seconda spiaggia d’Italia per numero di presenze dopo Rimini.

Gli ultimi anni hanno visto la Repubblica Ceca e la Slovacchia entrare nella NATO abbandonando il Patto di Varsavia, entrare entrambe in Unione Europea e nell’area Schengen. La Slovacchia ha poi adottato anche l’Euro.

Quanti fatti uniscono o vedono coinvolti Italia e questi due paesi… chi l’avrebbe mai detto. Grazie a Tazzer di averceli ricordati e approfonditi nel libro che vi consiglio di leggere.

Selena Colusso Vio

Foto M.B., Ladislav Bielik e varie

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