20 anni fa i bombardamenti NATO in Serbia. Era inevitabile?

Sono passati 20 anni dal 24 marzo 1999, quando cominciarono i bombardamenti NATO sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia (FRY), di cui rimanevano parte le sole repubbliche di Serbia e Montenegro. Vent’anni anni da quando le bombe NATO misero fine alla guerra in Kosovo e alla sanguinosa decade horribilis che aveva investito i paesi dell’ex-Jugoslavia.

I bombardamenti NATO su Serbia e Kosovo furono la prima missione militare all’insegna del cosiddetto “interventismo umanitario” senza autorizzazione ONU. In Serbia, i bombardamenti NATO sono ricordati come un attacco ingiustificato con intenti fortemente punitivi nei confronti di tutta la popolazione serba. In Kosovo, invece, i bombardamenti NATO vengono quasi celebrati, ricordando la liberazione dall’apartheid serba e l’inizio di un percorso di autodeterminazione che sta portando il paese alla piena indipendenza.

I bombardamenti NATO, un esito annunciato

A ripercorrere ora i momenti che precedettero l’intervento NATO l’impressione che si ha è che a pesare non fu tanto il se della possibilità dell’intervento, ma il quando. Cronologicamente, i bombardamenti NATO fecero seguito al fallimento della conferenza di pace di Rambouillet, convocata in Francia nel febbraio 1999 tra i rappresentanti jugoslavi e quelli dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK).

In Kosovo, già da un anno imperversava la guerra tra l’esercito federale jugoslavo e i miliziani dell’UÇK – l’esercito di guerriglia nato nel 1997 in opposizione alla resistenza pacifica adottata dalla leadership kosovara-albanese contro la politica repressiva iniziata da Slobodan Milošević nel 1989. Lo scontro tra le due fazioni in lotta ripercorreva scenari già visti durante la guerra in Bosnia Erzegovina: le azioni militari si concentravano spesso sui civili del gruppo etnico avverso. Durante il 1998, a essere stati maggiormente colpiti dalla guerra in corso erano stati i civili kosovari-albanesi, con circa 1100 vittime e più di 230.000 tra sfollati interni e rifugiati.

Man mano che emergevano le notizie degli scontri in Kosovo, la possibilità di una campagna aerea veniva ampiamente annunciata. Il segretario di stato americano Madeleine Albrightcominciò a parlare di “una battaglia tra giustizia e genocidio”, mentre il premier britannico Tony Blair insisteva sull’esistenza di “una battaglia tra bene e male, tra civiltà e barbarie, tra democrazia e dittatura”.

Già nel corso dell’autunno-estate 1998, gli alleati occidentali fecero capire al presidente Milošević che non avrebbero tollerato un’altra Bosnia. Nell’ottobre 1998, sotto la minaccia dei bombardamenti, Milošević si convinse ad accettare una missione di osservatori internazionalidell’OSCE in Kosovo. Nel gennaio 1999, gli osservatori internazionali documentarono il massacro a Racak di 45 civili albanesi da parte delle forze serbe. La NATO minacciò quindi nuovamente l’intervento, e Milošević si convinse a incontrare i rappresentanti dell’UÇK a Rambouillet.

Nella conferenza di pace, il grosso delle negoziazioni venne gestito dal segretario generale della NATO Javier Solana e dall’inviato speciale americano nei Balcani Richard Holbrooke. In un clima già sfavorevole alla delegazione serba, i rappresentanti occidentali erano fortemente sospettosi, temevano che Milošević stesse sfruttando le negoziazioni per guadagnare tempo e avanzare la campagna di pulizia etnica. Temevano che mentre le negoziazioni si dilungavano, si sarebbe potuta consumare un’altra Srebrenica. A inizio marzo, quindi, Solana e Holbrooke confezionarono un accordo che presentarono alla delegazione serba con l’ormai abituale minaccia di bombardamento.

In molti spesso sottolineano come gli Accordi di Rambouillet fossero inaccettabili da parte della Jugoslavia federale. L’annesso militare prevedeva il dispiegamento della NATO sul territorio kosovaro, e la possibilità di attraversamento e la relativa immunità per le forze NATO in tutto il territorio della federazione jugoslava. Milošević contro-propose il dispiegamento di una forza leggera ONU nel solo Kosovo. Gli alleati occidentali, memori del precedente bosniaco, non erano disposti ad acconsentire a una missione militare che sarebbe stata ostaggio delle meglio armate forze federali.

In un ultimo tentativo di mediazione, il 22 marzo 1999, l’Assemblea federale jugoslava approvò tutte le parti dell’accordo, inclusa un’ampia autonomia per il Kosovo, ma senza l’annesso militare. Quest’ultima mossa non fu presa in considerazione, e la sera del 23 marzo Solana diede mandato di iniziare i bombardamenti.

I bombardamenti iniziarono la sera del 24 marzo e terminarono il 9 giugno 1999. A questi presero attivamente parte le forze aeree di 13 dei 19 membri della NATO con circa 1000 velivoli totali e 37.465 sortite aeree, per un totale di 900 obiettivi abbattuti. In Serbiala ferita inferta da quei bombardamenti è ancora fortemente sentitasoprattutto da parte degli oppositori alle politiche di Milošević, che si attendevano tutt’altro sostegno dall’occidente.

Per causa diretta dei bombardamenti, morirono all’incirca tra le 800 e le 1000 persone, di cui la maggioranza in Kosovo. Secondo Human Rights Watchi morti civili si aggirano intorno alle 500 unità. A essere bombardati, oltre agli obiettivi militari, furono anche le infrastrutture e diversi obiettivi civili. In totale, furono distrutti circa 148 edifici, 62 ponti, e danneggiati altri 300 edifici tra scuole, ospedali e istituzioni statali, per un danno totale pari a 30 miliardi di dollari.

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Foto CC0

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