Eurostat: solo il 31% delle aziende slovacche è innovativo

L’Ufficio statistico dell’Unione europea Eurostat ha pubblicato i risultati completi dell’indagine comunitaria sull’innovazione 2016. Lo studio contiene un’ampia serie di indicatori sulle attività di innovazione delle imprese, compresi brevetti industriali e nuovi metodi di produzione.

In Slovacchia solo il 31% delle imprese viene descritto come innovativo. Nonostante i progressi registrati nel settore IT, le imprese appaiono in ritardo nell’avvio di modelli di produzione più efficienti rispetto alla metà delle aziende europee. Tra le cause gli analisti indicano in parte gli ostacoli legislativi e lo scarso sostegno statale.

Nell’Unione europea il 51% delle imprese con 10 o più dipendenti ha investito in attività di innovazione nel periodo 2014-2016, il che rappresenta un aumento del 2% rispetto al periodo 2012-2014.

Nel periodo 2014-2016, le percentuali più elevate di imprese con attività di innovazione sono state registrate in Belgio (68% delle imprese), Portogallo (67%), Finlandia (65%), Lussemburgo (64%) e Germania (64%).  I Paesi con imprese meno innovative sono invece Romania (10%), Polonia (22%), Bulgaria (27%) e Ungheria (29%).

Secondo i dati del “R&I Observatory country report 2017” della Commissione Europea, in Slovacchia, malgrado il buon funzionamento dell’economia e l’aumento dell’occupazione, i finanziamenti pubblici di R&I non sono diretti alla crescita economica basata sulla conoscenza e sull’innovazione. Gli stanziamenti di bilancio del governo o le spese per ricerca e sviluppo (GBAORD in inglese) risultano essere tra i più bassi all’interno della UE. Inoltre, il sistema di ricerca pubblico ha ricevuto finanziamenti relativamente bassi da Orizzonte 2020, il programma UE che mette a disposizione quasi 80 miliardi di euro fino al 2020 per la ricerca e l’innovazione e una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” dei Paesi membri.

In Slovacchia la ricerca aziendale viene svolta per lo più da poche società nei settori automobilistico, tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le piccole e medie imprese, che devono affrontare la difficile sfida dei bassi costi di produzione e della forte concorrenza internazionale, investono nell’innovazione meno della media registrata in altri Paesi UE.

Una legge del 2015 introduce nuove detrazioni fiscali per le società private che investono in ricerca e sviluppo. Tuttavia, il suo impatto è ancora molto minore di quanto previsto probabilmente a causa di procedure di applicazione troppo complicate per le PMI. Esiste inoltre un programma nazionale per la cooperazione tra il mondo accademico e l’industria nel periodo 2016-2020, ma il suo bilancio è piuttosto basso. Eppure rafforzare la cooperazione tra industria e mondo accademico è fondamentale per lo sviluppo di sistemi R&I efficaci ed efficienti. Questi sono infatti fattori determinanti nella competitività e nella crescita economica, cosí come nella creazione di posti di lavoro.

E sono anche gli obiettivi riconosciuti, almeno in teoria, nel documento RIS3, cioè la strategia nazionale di R&I per la specializzazione “intelligente” nel periodo 2014-2020, basata sull’integrazione delle industrie chiave, il sostegno alla crescita economica attraverso sinergie tra scienza e industria, la valorizzazione delle risorse umane e la creazione di “una società innovativa dinamica, aperta e inclusiva come condizione per migliorare la qualità della vita.”

(Fonte Buenos días Eslovaquia)

Foto HRP cc by

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