Cresce in Europa l’ondata populista: è triplicata in vent’anni

Alle prossime elezioni europee un cittadino su quattro voterà per partiti etichettabili come “populisti”. E il dato porta a due considerazioni immediate. La prima: si tratta di una percentuale triplicata rispetto a 20 anni fa e in costante aumento (alle Europee del 2014 il rapporto era di uno su cinque). La seconda: se un cittadino su quattro voterà per un partito populista, significa che tre su quattro sceglieranno altri partiti.

Dunque l’ondata populista abbaierà forte, ma non sarà in grado di mordere? È ancora presto per dare una risposta, ma di certo i sondaggi dicono che nel prossimo Europarlamento di Strasburgo potranno nascere maggioranze senza bisogno di coinvolgere i partiti populisti. C’è però un aspetto che non andrebbe sottovalutato: il loro peso all’interno dei governi nazionali è sempre più forte e dunque è al tavolo del Consiglio (l’istituzione che rappresenta gli Stati) che rischiano di incepparsi alcuni ingranaggi della macchina europea. La scelta delle prossime cariche istituzionali Ue sarà un test interessante.

Le tipologie
Per fare una panoramica dei partiti populisti in Europa andrebbero innanzitutto definiti i contorni del concetto stesso di populismo, che spesso coincidono con quello di anti-sistema. Ma è un esercizio non facile ed estremamente soggettivo, anche perché si tratta di una galassia molto vasta, eterogenea e dai confini non sempre netti. Vanno poi distinte differenti sotto-categorie: al momento i populismi di destra, con una forte connotazione anti-immigrazione, rappresentano la fetta più grande, soprattutto nell’Europa centrale e dell’Est. Ma la crisi economica ha dato la spinta ai movimenti più vicini alle classiche rivendicazioni della sinistra e questo è avvenuto in modo particolare nell’Europa meridionale. Altri invece, è il caso del Movimento 5 Stelle, rifiutano nettamente la classica suddivisione destra/sinistra. Non tutti i partiti populisti, poi, sono euroscettici. I fenomeni di Podemos in Spagna, ma per certi versi anche dell’ultra-destra di Vox, sono l’esempio che la bandiera europea non viene utilizzata da tutti come il principale nemico da additare. Ci sono poi i populisti di opposizione e i populisti di governo: i primi usano la critica all’Ue e al “sistema” anche per attaccare i propri governi. I secondi spesso fanno di Bruxelles un capro espiatorio per nascondere le proprie incapacità di tenere fede alle promesse agli elettori.

Crisi economica e identità
Diverse sono anche le cause che hanno portato alla loro nascita e alla loro crescita nei rispettivi Paesi. Nei giorni scorsi il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha pubblicato uno studio che mette in evidenza proprio questo aspetto, attraverso un’analisi comparata in quattro Stati: Italia, Polonia, Francia e Austria. Il nostro Paese è quello in cui le ragioni socio-economiche si sono rivelate il carburante principale che ha accelerato il consenso, molto più importanti dei fattori culturali. Che in Polonia o in Austria, per esempio, continuano a essere determinanti. Anche la Francia rientra più in questa seconda categoria, ma nell’Esagono hanno un peso importantissimo “il senso di abbandono da parte dello Stato – spiega lo studio – e la percezione di una netta distanza tra la gente e le élite”. Un fenomeno che si rispecchia nella frattura centro/periferia e che negli ultimi mesi è esploso nella protesta dei Gilet Gialli, movimento non ancora organizzato che punta a fare il salto dalle strade alla scheda elettorale.

Il peso a Strasburgo
Ancora non è certo come si organizzerà la variegata pattuglia populista all’interno del prossimo Parlamento Ue, ma probabilmente sarà divisa in almeno due-tre gruppi. Tenuto conto che molti di loro appartengono alle famiglie politiche “tradizionali”, come i romeni del Psd (socialisti), gli ungheresi di Fidesz (Ppe) o i cechi di Ano (liberali). La Lega vorrebbe fare da catalizzatore nella parte destra dell’emiciclo, ma alcuni dei suoi potenziali alleati rifiutano di sedersi vicini. Il Rassemblement National di Marine Le Pen, per esempio, viene accusato dai polacchi di Diritto e Giustizia di essere troppo russofilo. Il M5S sta invece cercando di mettere insieme un gruppo formato da movimenti “nuovi”, oltre l’asse destra-sinistra. La strada, però, è tutta in salita. E così i 150-200 seggi “populisti” rischiano di non entrare nella maggioranza, che con tutta probabilità sarà formata da liberali, socialisti e popolari (la stessa coalizione che quattro anni fa ha eletto la commissione di Jean-Claude Juncker). Il vero banco di prova delle alleanze populiste sarà dunque al tavolo del Consiglio, visto che già oggi questi partiti hanno un piede (in alcuni casi due) in almeno sette governi. Certo, i numeri non consentono di formare una maggioranza, ma possono giocare un ruolo come minoranza di blocco per fare ostruzionismo.

(Marco Bresolin, La Stampa cc by nc nd)

Illustr. geralt CC0

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