Quando in Europa girerà (finalmente) l’economia circolare?

In un mondo in cui il consumo di risorse è sempre più insostenibile, l’economia circolare è un investimento strategico. Soprattutto per l’Europa, che importa gran parte delle materie prime e può trarne benefici non solo ambientali ma anche economici.

Spesso si parla dei problemi legati al deficit nel bilancio pubblico, soprattutto in un paese altamente indebitato come l’Italia. Meno di frequente, invece, si sente parlare del deficit nei confronti del nostro pianeta. Infatti, secondo i dati del Global footprint network, ogni anno consumiamo 1,7 volte l’ammontare di risorse naturali che l’ecosistema Terra riesce a rigenerare, accumulando così un debito nei confronti delle future generazioni. E il 60 per cento della nostra impronta ecologica deriva dall’emissione di CO2.

Il consumo di materie prime

Il secolo scorso è stato caratterizzato da un generale calo del costo delle materie prime, che nel contesto del modello lineare produzione-consumo-smaltimento ha indotto un crescente consumo di risorse. Tuttavia, dal 2000 in poi questa dinamica decrescente dei prezzi si è arrestata e invertita, ed è anche aumentata la volatilità (figura 1).

Figura 1 – Andamento del prezzo delle commodity

Nota: Indice completo include combustibili, materie prime agricole e metalli; indice energia include petrolio, gas naturale e carbone.
Fonte: Fondo monetario internazionale

Gli studi di settore sono concordi nell’affermare che non ci siano rischi di esaurimento delle risorse non rinnovabili nel breve-medio periodo. Piuttosto la pressione derivante dalla crescente domanda di materie prime non è bilanciata da sufficienti riserve facilmente accessibili. Di conseguenza il costo di estrazione per molti metalli, o dei combustibili fossili con le nuove tecnologie come il fracking, è maggiore che in passato.

Cosa aspettarsi per il futuro?

Secondo un recente report dell’Ocse, il consumo globale di materie prime è passato da 27 gigatonnellate (gt) nel 1970 a 89 nel 2017, stimando che nel 2060 arriverà addirittura a 167 gt. La crescita sarà più sostenuta per le economie emergenti e ci sarà anche una maggior efficienza man mano che le economie diventeranno più mature. Tale stima si fonda su un modello statistico che tiene conto della diminuzione del peso delle materie prime sul Pil nei prossimi decenni, grazie alla diffusione della digitalizzazione e dei servizi, e che non considera l’intervento di politiche di mitigazione del fenomeno. Va tenuto conto però che, sempre secondo l’Ocse, quasi due terzi delle emissioni di gas serra derivano dall’estrazione, lavorazione e uso delle materie prime. Di conseguenza, tali proiezioni ci dimostrano chiaramente che allo stato delle cose l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro i 2°C, come previsto dall’accordo di Parigi (Cop 21), è inconciliabile con un consumo di risorse in continua crescita.

L’economia circolare

Dalla necessità di superare il sistema lineare nasce l’economia circolare, che si fonda su tre pilastri: preservare il capitale naturale utilizzando il più possibile risorse rinnovabili, ottimizzare l’uso delle risorse, e minimizzare le esternalità negative. Il fine ultimo è slegare lo sviluppo economico dal consumo di risorse finite. Nella pratica ciò vuol dire creare modelli di business basati sull’utilizzo di risorse facilmente riciclabili o biodegradabili (eco design), utilizzare energia da fonti rinnovabili, progettare prodotti che abbiano una vita utile più lunga e al contempo renderne più efficiente l’utilizzo.

Sia l’Ocse, in un’analisi a livello globale, che la Commissione europea, in un’analisi sulla Ue, prevedono come nullo o leggermente positivo l’impatto sul Pil rispetto allo scenario di business “as usual”. Tuttavia ci sono due effetti prevedibili, oltre ai benefici ambientali. Da un lato, la creazione di nuovi posti di lavoro grazie allo sviluppo dell’industria del riciclo e dei servizi, che sono maggiormente intensivi in lavoro rispetto all’estrazione e produzione di materie prime; dall’altro, un cambiamento nella composizione del commercio con una riduzione dell’export di materie prime e un maggiore sviluppo dei servizi.
Per l’Europa l’economia circolare costituisce quindi un’enorme opportunità. Primo, perché permette di ridurre l’importazione di materie prime. Infatti, oggi importiamo da paesi extra-Ue più di due terzi di metalli come l’alluminio, il rame e il litio, il 90 per cento del petrolio e il 70 per cento del gas naturale. Queste, come molte materie prime strategiche, sono geograficamente concentrate e di conseguenza aumentano i potenziali rischi geopolitici.
Inoltre, sempre secondo l’analisi condotta dalla Commissione, in Europa l’economia circolare può creare 700 mila posti di lavoro addizionali, con benefici maggiori per i servizi, le utility, la gestione dei rifiuti e il recupero di materiali e componentistica. Un calo degli occupati è previsto invece nelle costruzioni, nell’automotive e ovviamente nell’industria estrattiva.

A che punto siamo oggi
L’economia circolare in Europa è in vari casi già una realtà. Da Renault che nell’impianto di Choisy-le-Roi recupera la quasi totalità delle componenti dei suoi veicoli e le riprocessa riducendo dell’80 per cento il consumo di energia, acqua e prodotti chimici. All’italiana Novamont, leader nella produzione di bioplastica dagli scarti agricoli. Da Philips, che ha trasformato il business della vendita delle lampadine nella vendita di un servizio, l’illuminazione, mantenendo la proprietà del prodotto e ritirandolo a fine vita per rigenerarlo. Alla svedese Northvolt, che mira a produrre batterie al litio interamente riciclabili.
Oggi il 12 per cento dei materiali consumati in Europa fa parte di un modello circolare, ma c’è un grande potenziale di crescita. I soli settori della mobilità, cibo e dell’ambiente edificato possono mobilitare in Europa 875 miliardi di investimenti entro il 2025.
Infine, i benefici dell’economia circolare possono essere analizzati dal punto di vista dei rischi finanziari connessi ad asset che in un futuro non molto lontano, senza un adeguata trasformazione del modello di business, diventeranno asset in sofferenza (figura 2). È in quest’ottica di lungo periodo che andrebbero mobilitati i capitali sia pubblici che privati.

Figura 2 – Analisi del rischio di diventare asset in sofferenza

Fonte: Elaborazione Ellen McArthur Foundation su dati Eurostat e SistemIQ

(Lorenzo Sala, Lavoce.info)

Illustr. annca CC0

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