Le morti sul lavoro sono un indicatore di classe

Le più recenti stime dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sono agghiaccianti: 2,78 milioni di lavoratori muoiono ogni anno per infortuni sul lavoro (quasi 400 mila) o per malattie connesse all’attività lavorativa (circa 2,4 milioni). Altre 160 milioni di persone contraggono malattie professionali seppure non mortali. Mentre molto spesso un incidente non mortale lascia tracce indelebili nella vita di un numero sterminato di lavoratori: 313 milioni di persone subiscono infortuni che provocano lesioni gravi e gravissime; dati Ilostat confermano che negli ultimi dodici anni, mediamente 2 milioni di persone ogni anno hanno perso in maniera permanente la capacità di svolgere le normali mansioni di lavoro nell’occupazione che avevano al momento dell’incidente; in moltissimi casi, com’è facile immaginare, la lesione ha provocato una totale incapacità lavorativa.

Così, nel tempo che avete dedicato a leggere queste poche righe, da qualche parte nel mondo 153 persone hanno subito un infortunio e 4 di esse hanno perso la vita, ammazzati da un sistema economico che fa stragi (pressoché nel silenzio generale) che non risparmiano nemmeno i minorenni, neppure i bambini. Non può essere diversamente. Ancora l’Ilo, infatti, nel suo reportGiovani, salute e sicurezza, presentato nel corso della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile 2018 e la Giornata mondiale per l’eliminazione del lavoro minorile del 12 giugno 2018, ha stimato che nel mondo ci siano 152 milioni di bambini e adolescenti — di età compresa tra i 5 e i 17 anni — vittime di lavoro minorile. Di questi 73 milioni svolgono lavori pericolosi, con un’incidenza degli infortuni fino al 40% in più rispetto a lavoratori più grandi, senza contare i maggiori rischi per la loro salute.

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Foto Marco cc by nc sa

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