Una donna alla guida del paese in Slovacchia?

Sulle rive del Danubio c’è una donna che ha sfidato il dominio di SMER, il potere di Fico e l’intero blocco di Visegrad, dove profili liberal-democratici sono da anni ai margini della vita politica. Tra i fondatori di “Slovacchia progressista”, Čaputová si appresta ora a giocare un ruolo determinante per la corsa presidenziale. [Di Leonardo Benedetti, East Journal].

Progressista, ambientalista, europeista

Zuzana Čaputová è un’avvocatessa conosciuta nel paese per le sue battaglie ambientaliste. Nel 2016 si è contraddistinta per aver contribuito alla chiusura di una discarica nei dintorni di Bratislava, azione che le ha garantito il riconoscimento del premio Goldman per l’ambiente, una sorta di Nobel all’ecologia, con tanto di visita alla Casa Bianca e conseguente ribalta mediatica.

Nel 2017 è stata tra gli ideatori di Progresívne Slovensko (Slovacchia progressista), un partito di ispirazione europeista creato per contrastare la deriva nazionalista, illiberale e personalistica di SMER-SD e del suo leader Robert Fico. Slovacchia progressista si presenta come una forza politica social-liberale, favorevole a una maggiore integrazione europea e fautrice di una società aperta e di uno sviluppo economico attento alle questioni ecologiche. Un tradizionale partito della sinistra moderna, affiliato all’ALDE, e composto per lo più da personalità giovani e competenti che nelle società dell’Europa occidentale difficilmente accenderebbero particolari entusiasmi, ma che nel panorama di Visegrad riescono ad apparire come una novità politica.

Il programma della Čaputová si concentra in particolare su tre punti: la battaglia per una giustizia reale ed equa in un paese travolto dalla corruzione dilagante, la tutela ambientale alla quale vincolare lo sviluppo economico, l’attenzione verso gli anziani in una società dinamica che rischia di lasciare indietro quanti cresciuti con un diverso sistema sociale.

Le reali possibilità di Čaputová

Sono addirittura 15 i candidati che hanno raccolto le firme necessarie per correre alle elezioni presidenziali del prossimo 16 marzo. La scadenza per la presentazione delle domande non ha riservato grandi sorprese. A metà febbraio sono quindi state stampate le schede elettorali con il nome del prossimo presidente del paese. Dopo settimane di incertezza, il partito socialdemocratico ha finalmente ufficializzato il suo candidato: si tratta di Maroš Šefčovič, un diplomatico slovacco di chiara fama, attualmente commissario europeo per l’energia.

Sebbene non vi sia un favorito, la competizione elettorale sembra riguardare solamente quattro candidati: il social-democratico Šefčovič, la liberal-democratica Čaputová, il liberal-conservatore Mistrík e il nazional-conservatore Harabin. Un accordo tra Mistrík e Čaputová aveva stabilito di unire le forze e trovare un solo nome. Il profilo che secondo i sondaggi avrebbe attratto il maggior numero dei voti sarebbe stato il candidato sul quale puntare per evitare di disperdere il consenso e ritrovarsi verosimilmente con un ballottaggio presidenziale tra il candidato di Fico e quello di Mečiar.

Čaputová ha resistito alle pressioni e ha deciso di non ritirare la sua candidatura, forte della crescita elettorale che i sondaggisti le attribuiscono. Sebbene ancora dietro a Mistrík, Čaputová sarebbe passata dal 9% di gennaio al 14% di metà febbraio. L’ultimo sondaggio dell’agenzia Focus assegna infatti il 20% al candidato di SMER, con Mistrík, Čaputová e Harabin, rispettivamente intorno al 17%, al 14% e al 13% delle preferenze degli elettori slovacchi. Difficile pronosticare l’esito del voto, ma è abbastanza evidente che il ritiro di un candidato con trend positivo sarebbe stato in ogni caso un azzardo politico.

L’incognita dell’affluenza

Nei paesi europei dell’area ex-comunista l’attenzione popolare per le urne è tradizionalmente molto bassa. La Slovacchia è un esempio lampante della tendenza che da 30 anni vede i paesi dell’Europa centro-orientale eleggere i loro parlamenti o i loro presidenti con percentuali di affluenza mediamente inferiori a quelle dei vicini occidentali. Se alle elezioni europee di cinque anni fa proprio la Slovacchia ha fatto segnare il record negativo con solamente il 13% degli aventi diritto recatisi alle urne, alle consultazioni presidenziali che nel 2014 incoronarono Kiska contro Fico, la percentuale di affluenza fece segnare il 43% al primo turno e il 50% al ballottaggio. Numeri che rendevano difficile pronosticare un vincitore, e che sembrano non poter dare indicazioni chiare neanche in questa occasione.

Čaputová non ha voluto abbandonare l’opportunità di giocare le sue carte in una tale situazione di incertezza. Quando a votare sono pochi cittadini, differenze percentuali minime significano solamente qualche migliaio di preferenze. Nel testa a testa con il candidato socialdemocratico, i sondaggi non sembrano però dare molte possibilità a Čaputová. Si tratterebbe però di rigiocare un’altra partita elettorale. Qualora invece non dovesse ottenere la quantità di voti necessari per sfidare Šefčovič al ballottaggio, c’è da scommettere che il suo bacino di voti sarà comunque determinante per l’eventuale sconfitta socialdemocratica.

Mentre i partiti sono impegnati alla ricerca della formula vincente per conquistare la presidenza, il movimento di protesta “Per una Slovacchia decente” tornerà di nuovo nelle piazze di tutto il paese il 21 febbraio, a un anno esatto dall’uccisione di Kuciak e della sua compagna Kušnírová.

(Leonardo Benedetti, East Journal cc by nc nd)


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