Vent’anni senza De André: riascoltare le sue canzoni per ritornare umani

L’11 gennaio del 1999 moriva Fabrizio De André. Sono trascorsi vent’anni, ma il suo lascito poetico non si è mai esaurito: ha, semmai, acquisito nuova forza proprio perché divenuto universale, capace di parlare in ogni epoca della miseria e della compassione umane. Ed è proprio da questo lascito che dovremmo ripartire, per assegnare il giusto valore alla sua musica.

Sono trascorsi vent’anni senza Fabrizio De André. Vent’anni in cui ognuno di noi ha provato almeno una volta il desiderio di sentire nuovamente la sua voce cantare, chiedendosi attraverso quale straordinaria poesia avrebbe scelto di raccontare la nostra triste contemporaneità. Perché De André di poesie ne ha scritte tantissime: è impossibile scegliere quale citare per restituire il senso della sua arte. E proprio come un Poeta, attraverso musica e parole, De André ci ha lasciato l’insegnamento più grande di tutti: a vent’anni dalla sua morte è proprio da quello che dovremmo ripartire.

Musica e parole: il De André poeta
Mario Luzi definì De André uno “chansonnier”, un custode puro e ineguagliabile di quella generazione che ha demolito la barriera innalzata dalla tradizione fra musica e testo poetico: l’una e l’altro hanno assunto, nelle sue canzoni, un valore universale e assoluto proprio perché necessarie l’una all’altro, indistinguibili. Lo stesso De André ha sempre riconosciuto l’importanza di questa dicotomia espressiva propria del suo modo di scrivere: le sue opere hanno raggiunto tutti proprio per quella capacità di raccontare l’universalità della miseria umana attraverso la complessa semplicità di un linguaggio nuovo, che si spoglia delle artificiosità nel momento stesso in cui incontra la musica, “l’unico linguaggio universale che io conosca”, diceva.

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In questi vent’anni moltissimi hanno riconosciuto a De André il merito di aver “volgarizzato”, nel senso più nobile del termine, gran parte del patrimonio letterario esistente. Un’operazione da vero intellettuale, capace di leggere attraverso le pieghe della Storia con la lente dell’umanità e della compassione e capace, con una naturalità disarmante, di raccontare storie che sarebbero finite con l’essere volutamente dimenticate perché, in molti casi, scomode.

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Fra letteratura e tradizione: il De André uomo
Perché la sua musica è sempre stata e sempre continuerà ad essere “scomoda”: non ci mette a nostro agio, non ci rassicura né ci consola, non copre le emozioni con la calda coperta dell’ipocrisia e del buonismo. Marinella, Bocca di Rosa, e ognuno dei personaggi raccontati in “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ci costringono a fare i conti con una dimensione umana che solitamente resta sopita in noi, e che accompagnata dalla musica irrompe fuori in modo disarmante e disperato.

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Molti hanno anche proposto di insegnare l’italiano attraverso le canzoni di De André, e molte sue opere sono finite nelle antologie scolastiche di letteratura. Effettivamente, guardando alla sua produzione discografica, sembra di trovarsi di fronte ad un’immensa antologia letteraria e musicale: c’è la canzone popolare francese e c’è Bob Dylan, ma ci sono anche Cecco Angiolieri (“S’i fossi foco”, in Volume III), La Rochefoucauld (nel celebre verso di Bocca di Rosa “si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”), Rimbaud, i cantori delle Child Ballads inglesi (la storia di Geordie viene da lì) ed Edgar Lee Masters con la sua “Antologia di Spoon River”.

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Ma non illudiamoci: insegnare la letteratura o la lingua attraverso De Andrè non è facile. E non lo è perché la sua musica non si presta a semplificazioni, né dal punto di vista linguistico né narrativo: è una musica estremamente complessa, alta, raffinata, anche se volutamente mascherata da volgarizzazioni e dialettismi i quali, per inciso, occupano una grande parte della sua produzione poetica. Gli stessi riferimenti letterari che utilizza scompaiono nella loro forma canonica per ricomparire subito come nuovi, inattesi, attuali. Ma il fascino del suo lascito è proprio questo, che nonostante la complessità del linguaggio scelto per parlarci, De André ci ha insegnato nel modo più semplice possibile un’unica grande cosa, che sopravvive al tempo: ad essere uomini. Dovremmo prima di tutto continuare ad “utilizzare” le sue canzoni per questo.

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Io ho tentato in tutti i modi di poter essere un uomo. Avrei potuto esprimermi per esempio attraverso la coltivazione dei fiori se fossi vissuto ad Albenga, oppure attraverso l’allevamento delle vacche se non mi avessero venduto di soppiatto una fattoria che avevano i miei nel ’54. Mi è accaduto di fare il cantautore. Il fatto di diventare un artista, in qualche maniera, ti impedisce di diventare uomo in maniera normale. Quindi credo che ad un certo punto della tua vita tu devi recuperare il tempo che hai perduto per fare l’artista per cercare di diventare un uomo.

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(Federica D’Alfonso, Fanpage cc by nc nd)

Foto CC0/wiki

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