La sfida per il potere passa attraverso la rivoluzione tecnologica

Nel 1989, qualche mese prima della caduta del Muro di Berlino, Ronald Reagan disse in un discorso a Londra che «il Golia del totalitarismo sarà abbattuto dal Davide dei microchip» e anche che «più che gli eserciti, più che la diplomazia, più che le migliori intenzioni delle nazioni democratiche, sarà la rivoluzione delle comunicazioni a costituire la più grande forza per l’avanzamento della libertà umana che il mondo avrà mai visto». La profezia del presidente Reagan si è avverata puntualmente, perché la diffusione rapida e capillare delle informazioni, garantita dalle innovazioni tecnologiche, ha bucato le frontiere protette dalla cortina di ferro e ha messo in circolo «l’ossigeno dell’era moderna» ovvero una maggiore conoscenza capace di fare breccia nelle società chiuse.

Trenta anni dopo però ci troviamo con il problema opposto: i regimi autoritari usano gli strumenti della rivoluzione tecnologica per consolidare il potere, reprimere il dissenso e interferire nei processi elettorali delle nazioni democratiche. L’impatto della tecnologia sulla società contemporanea e l’uso che ne fanno i governi illiberali e le aziende monopoliste sono i grandi temi ancora irrisolti della nostra epoca, con i leader autoritari che conquistano influenza e picconano gli equilibri internazionali, Bruxelles che propone le prime timide soluzioni e Washington che indaga sulle manipolazioni russe delle elezioni presidenziali del 2016.

Regimi illiberali e grandi monopoli lo hanno capito per primi, ma ora qualcosa cambia

Comincia però a notarsi una maggiore consapevolezza collettiva. I giornali americani rafforzano le redazioni per seguire da vicino le conseguenze della rivoluzione digitale: «il tech è la nuova politica», scrive il sito Axios che nota come i grandi media statunitensi si sentano in colpa per aver sottovalutato l’impatto delle piattaforme tecnologiche sulle dinamiche politiche, esattamente come avevano sottovalutato le mattane di Trump e ora si ergono a difensori tardivi delle istituzioni repubblicane.

I monopolisti del web passano alla controffensiva mediatica e da qualche tempo comunicano in modo tradizionale, comprando pagine pubblicitarie sui giornali di carta di tutto il mondo per contrastare le fake news e ricostruirsi l’immagine. Facebook, in particolare, è sotto il tiro del «New York Times» e Mark Zuckerberg si lamenta dell’ossessiva copertura giornalistica che subisce il suo gruppo, come se la Silicon Valley fosse diventata il quarto ramo istituzionale, dopo l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Il fondatore di Facebook, nell’ormai consueto status di inizio anno, annuncia che dedicherà il 2019 a una serie di dibattiti con leader ed esperti sul futuro della tecnologia nella società contemporanea, sulle opportunità, le sfide, le speranze, le ansie.

Sarà molto interessante seguire questo percorso a metà tra l’espiazione pubblica e una sofisticata operazione di gestione della crisi, ma finché non compariranno sulla scena leader in grado di capire che la rivoluzione tecnologica in atto è della stessa portata di quella industriale del diciannovesimo secolo, la società occidentale continuerà a essere sotto il giogo delle forze autoritarie e dei movimenti illiberali. Come ha detto mercoledì l’ex premier britannico Tony Blair, in una conferenza in India sponsorizzata proprio da Facebook, i leader che sapranno sfruttare le opportunità di questa rivoluzione, ma che contemporaneamente sapranno mitigare i rischi connessi, avranno in mano la politica del futuro.

(Christian Rocca, La Stampa cc by nc nd)

Grafica geralt CC0

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