Il difensore civico preme su Corte europea per il raid di polizia tra i rom del 2013

Il difensore civico pubblico Maria Patakyova ha deciso di accodarsi al procedimento in corso persso la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) di Strasburgo sulla repressione condotta dalla polizia nel 2013 con un blitz in un insediamento rom chiamato Budulovská nei pressi di Moldava nad Bodvou (distretto di Kosice-okolie) dove vivono 800 persone. Una nota emessa dal suo ufficio dice che «Dal momento che il caso, di cui ci occupiamo sin dal 2013, non è chiuso e ancora lo monitoriamo, ho deciso di fare un passo attivo per il suo esame come terza parte dinanzi alla Corte di Strasburgo». Patakyova sottolinea che quella operazione di polizia è stata «una grave violazione dei diritti umani che non è stata ancora risolta».

Il Centro europeo per i diritti dei rom ha presentato denunce al tribunale europeo nel marzo 2018 a nome di diversi individui rimasti lesi nel raid. Negli ultimi mesi cinque Ong slovacche (tra cui Amnesty International Slovensko) hanno contattato l’Ufficio del difensore civico con la proposta di chiedere alla Corte europea di consentire l’intervento del difensore civico pubblico nel procedimento. In dicembre il difensore civico aveva chiesto l’autorizzazione per partecipare ai lavori del procedimento giudiziario e la CEDU ha accolto la richiesta. Nel frattempo, il difensore civico sta tenendo sotto controllo anche lo sviluppo del processo in Slovacchia, di cui il 29 gennaio si terrà una nuova udienza a Košice. Il caso era stato aperto dal precedente difensore civico, Jana Dubovcová.

Il 19 giugno 2013 l’insediamento rom a Moldava nad Bodvou è stato oggetto di una operazione della polizia che era alla caccia di persone ricercate. L’azione, che sarebbe stata organizzata senza l’emissione di alcun mandato giudiziario, ha visto il dislocamento di una sessantina di poliziotti e agenti speciali intervenuti con una ventina di automezzi. Gli agenti, secondo testimoni oculari, hanno fatto irruzione nelle case e arrestato 15 persone, commettendo prepotenze. In seguito, il Corpo di polizia aveva dichiarato che gli agenti erano stati attaccati al loro ingresso nell’abitato, e che qualcuno dei rom aveva addirittura brandito un’ascia, ma Sme aveva scritto che nessuno dei 15 detenuti era stato accusati di reati relativi allo scontro.

Una trentina di persone sarebbero rimaste ferite o contuse nel corso dell’operazione, tra le quali anche un bambino di sei settimane, secondo attivisti di una Ong locale, che avevano documentato le lesioni subite dai residenti con delle fotografie. Secondo il difensore civico, che stese una dettagliata relazione dell’accaduto per la commissione parlamentare competente, si è trattato di una grave mancanza rispetto alla protezione dei diritti fondamentali di quelle persone. La polizia avrebbe dovuto condurre le ricerche al di fuori delle abitazioni, e non all’interno. Secondo i rom, la polizia aveva fatto uso di gas lacrimogeni e inflitto danni fisici, danneggiando le proprietà dei residenti.

In precedenza si era verificato un conflitto tra alcuni residenti e una pattuglia della polizia dopo una festa la notte di tre giorni prima, il 16 giugno. Due rom erano stati arrestati, uno dei quali rilasciato quattro giorni dopo e l’altro rimasto in custodia più a lungo, con accuse di danneggiamento dell’auto della pattuglia. Gli abitanti rom accusavano gli agenti di aver portato a termine l’incursione del 19 giugno per vendetta.

L’indagine ufficiale interna del ministero degli Interni non aveva portato a nulla, e il raid era stato etichettato come una azione di polizia standard per questo genere di casi. Della questione si era interessato anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, che ha criticato la Slovacchia per la brutalità dell’operazione con almeno trentasette persone ferite che hanno dovuto ricorrere alle cure mediche. Qualche mese dopo l’Ufficio del Procuratore generale ha chiesto che venga perseguito il raid ritenendo che ci fossero le ragioni per lanciare un procedimento penale.

La questione aveva provocato un aspro conflitto tra il difensore civico Jana Dubovcova e il governo. Del resto, operazioni con risvolti violenti svolte in campi rom o con protagonisti dei rom si erano verificate anche in passato, e si sono ripetute anche in seguito. La Corte costituzionale aveva tuttavia rigettato nel 2017 una denucia degli abitanti rom del posto, ma il radi di Moldava nad Bodvou aveva comunque avuto l’effetto di spingere la polizia ad adottare micro telecamere sulle divise.

(La Redazione)


Foto vop.gov.sk, romea.cz

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