Un nuovo rapporto fa il punto su come i russi hanno aiutato Trump

Facebook, Twitter e Instagram, ma anche YouTube e diversi provider di posta elettronica. L’operazione di disinformazione e manipolazione via web condotta da operatori russi si sarebbe snodata su canali e piattaforme molto diverse tra loro, sia prima che dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America. È questo il contenuto del rapporto preparato per il Senato americano dalla Oxford University’s Computational Propaganda Project and Graphika, non ancora divulgato ma già visionato in anteprima dal Washington Post.

Il rapporto
Al centro degli studi condotti dalla società di analisi massmediatica c’è l’attività della Internet Research Agency, la cosiddetta “fabbrica dei troll” russa diretta da Yevgeny Prigozhin, uomo d’affari molto vicino a Vladimir Putin, nonché una delle personalità nel mirino del procuratore speciale Robert Muller, che indaga sulle interferenze russe nella campagna elettorale del 2016.

La ricerca è stata condotta su un vasto database di post creati dall’agenzia su social network e piattaforme internet, per la prima volta con l’obiettivo di seguirne le dinamiche anche successive all’8 novembre. La parte più interessante dello studio, infatti, è quella che si spinge alla metà del 2017, quando sono stati scoperti e chiusi molti account riconducibili al controllo dei russi, con l’intento di sostenere il presidente appena eletto.

La campagna di disinformazione
L’inizio dell’operazione di disinformazione, secondo il rapporto, sarebbe da far risalire al 2013, con le prime campagne condotte su Twitter, ma si sarebbe intensificata con il passare dei mesi.

Il tentativo di interferire prescindeva quindi dalla candidatura di Trump, ma è dopo la scelta delle primarie repubblicane che l’ingerenza si sarebbe fatta concretamente sentire.

In particolare, rileva l’analisi, erano due i messaggi prevalenti: il primo, indirizzato a un target considerato conservatore, sosteneva la candidatura di Donald Trump, con messaggi legati al tema delle armi e dell’immigrazione, solleticando spesso il pubblico con teorie cospirazioniste legate all’alt-right. Il secondo invece era diretto a una platea progressista e genericamente ad afro-americani e aveva l’obiettivo di confondere l’elettorato, spingendolo all’astensione, anche attraverso video che testimoniavano violenze della polizia sui neri.

Adesso il rapporto è al vaglio della commissione del Senato presieduta dal repubblicano Richard Burr, insieme a uno studio parallelo condotto dai ricercatori della Columbia University, che secondo i media americani giungerebbe alle stesse conclusioni.

(Simone Fontana, Wired cc by nc nd)

Foto kremlin.ru cc by/wikipedia

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